Il quoziente familiare non è soltanto uno strumento di politica fiscale. Che, per esempio, la laicissima Francia adotta da tempo per sostenere le famiglie numerose (per chi volesse documentarsi: http://argomenti.ilsole24ore.com/quoziente-familiare.html; http://barreca.net/fra_pfisc.html; http://www.ilfoglio.it/articoli/v/96023/rubriche/leuropa-e-una-sfida-a-colpi-di-quoziente-familiare.htm).

Il quoziente familiare è anche una “cifra”, soprattutto adesso che il dibattito sulla famiglia si sta infiammando (e inaridendo) perché diventa ideologico, con la pretesa arrogante – da qualunque parte provenga – di voler prevalere o, peggio, di omologare. È l’indicatore di come un Paese crede e investe su uno dei suoi (teorici) asset migliori – gli adulti di domani – tramite l’opera educativa dei genitori. Zygmunt Baumann, però, ci avverte che viviamo nella società liquida: risultiamo fragili come non mai, specialmente in relazioni autentiche, di cui siamo diventati tutti un po’ mendicanti. Ed è vero.

Nello sconfinato e sempre più allargato terreno degli affetti familiari ci troviamo ormai in un «ospedale da campo», per dirla alla Bergoglio. Per questo bisogna muoversi con delicatezza. Senza brandire alabarde o erigere steccati, ascoltando, rispettando le diverse idee, informandosi. Soltanto così, sostenere sul serio la famiglia e occuparsi di lei può diventare “quoziente d’intelligenza”.

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