Si accende il dibattito dopo la riforma che da ieri taglia i tempi necessari per lo scioglimento del matrimonio. Sei mesi per dirsi addio. Per capire i dettagli delle nuove norme sul divorzio breve ecco intanto il link a un Focus video del Sole 24 Ore. Esulta il mondo laico, pone problemi il mondo cattolico, espressi sia da Avvenire («Una scelta che deresponsabilizza la società») sia da Famiglia Cristiana («Sei mesi per cancellare una famiglia»), per non parlare dei tuoni di Mario Adinolfi dalle colonne de La Croce («Devastare la famiglia invece di aiutarla è un progetto accettabile?»).

Quando si alzano i toni e scattano le barriere diventa più difficile ragionare. Michela Marzano (qui il link  al suo blog), nel suo postatissimo commento su la Repubblica, stigmatizza chi pensa alla «stabilità come un valore» che rischia talvolta di «bloccare ognuno di noi all’interno di un immobilismo mortifero». Le storie d’amore possono finire, incalza. E cita il filosofo Kierkegaard quando parla di «quegli sposi miserabili che, lamentandosi dell’amore ormai da tempo svanito, restano come stolti nel proprio recinto coniugale». Tutto vero. E nessuno può sapere quante vicende di sofferenze enormi esistano nel campo delle relazioni affettive. Tuttavia, aggiungerei, è lecito discutere, ed è più che legittimo dire – come Francesco Belletti, presidente del Forum delle famiglie – che «l’esito del dibattito parlamentare sancisce che le coppie sono lasciate più sole davanti a scelte difficili». Il punto è proprio qui: le parti deboli – i figli in primis – e, come opportunamente anche osserva l’avvocato Anna Galizia Danovi (presidente del Centro per la riforma del diritto di famiglia) oggi sul Corriere della Sera, le famiglie oggi sono fragili «e lo diventeranno sempre di più, anche per effetto di questa accelerazione. Per questo credo che sia necessaria un’opera di formazione delle coppie».

Pochi, in questo frangente, non importa se religiosi o laici, stanno però pensando al “prima”. È lì che si gioca il futuro: scegliere la vita di coppia, coltivarla, farne opportuna “manutenzione” quando si mettono al mondo dei figli (che orrore e quanto egoismo, invece, nei cosiddetti “figli terapeutici”, che si procreano irresponsabilmente pensando di poter rappattumare una relazione ormai sfibrata…). Non tocchiamo i minori per fini obliqui (sono i bambini ad aver diritto a una famiglia, non i genitori ad averli per capriccio). Stiamo tutti sbandando pericolosamente nel campo delle relazioni e dei rapporti, che invece sono (o, almeno, dovrebbero essere) il nutrimento di una società robusta, civicamente sana. Preveniamo, prima che sia troppo tardi, con saggezza e senza derive ideologiche:  a scuola, nei Comuni, nei paesi, nelle città, nelle parrocchie. Ha ragione Bauman a dire che oggi «abbiamo paura del legame», ma che la famiglia resta un «capitale sociale» che non può venire dissipato a cuor leggero.

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