Sono contento che Torino abbia dato la cittadinanza onoraria ad Antonia Arslan. E non solo perché è uno dei personaggi che hanno accettato la sfida di «Francesco e noi», un progetto editoriale che si sta rivelando qualcosa di ben più grande di un libro, e cioè un intenso intreccio di relazioni, di sentimenti, di emozioni, di riflessioni sulla vita e sulla fede. Nel mio volume Antonia Arslan ricorda il viaggio del Papa in Armenia nel 2016 e il genocidio del suo popolo per mano turca: «Gli armeni sono abituati all’insignificanza – scrive -. Sono cent’anni che chiedono invano un riconoscimento della loro tragedia, che un silenzio vellutato copre la loro voce  e la loro esistenza, sia in diaspora che nella piccola patria ex-sovietica: e nella Patria Perduta in Anatolia le loro tracce sono state cancellate, perfino i nomi dei luoghi sono scomparsi. La negazione del genocidio ha inciso sulla loro sofferenza, rendendola muta e insieme malata, come una piaga occlusa che non si rimargina. E hanno perciò bisogno non solo di quel pacifico riconoscimento che è loro mancato così a lungo, ma anche della tenerezza di un balsamo, delle parole di un padre».

Quel padre è Papa Francesco, volato a Erevan a fine giugno del 2016: in quei giorni ha usato la parola “genocidio” per indicare il massacro degli Armeni avvenuto nel 1915. Io sono stato in quei luoghi nel 1991, tre anni dopo il terribile terremoto del 1988. Sono andato al confine con la Georgia, a seguire l’inaugurazione di un ospedale intitolato a Giovanni Paolo II. Ho avuto modo di visitare quel Paese pochi mesi dopo la caduta del Muro, di apprendere che Charles Aznavour – classe 1924 – è di origini armene (il suo è nome d’arte di Chahnourh Varinag Aznavourian), di vedere il Monte Ararat e di collegarlo all’Arca di Noè. Soprattutto ho letto  “I quaranta giorni del Mussa Dagh”, un romanzo storico dello scrittore Franz Werfel scritto nel 1929 a Damasco e pubblicato nel 1933 che racconta di quel terribile sterminio, uno dei fatti più cruenti dello scorso secolo. Ne sapevo poco, se non per qualche cenno in un esame di storia all’università. Bisognerebbe saperne di più, conoscere, approfondire.

Antonia Arslan (nata a Padova nel 1938) è una scrittrice italiana di origine armena che ha insegnato per molti anni Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Padova. È autrice di saggi sulla narrativa popolare e d’appendice e sulla galassia delle scrittrici italiane. Attraverso l’opera del poeta armeno Daniel Varujan, di cui ha tradotto alcune raccolte, ha ritrovato le sue radici. Nel 2004 ha scritto il suo primo romanzo, «La masseria delle allodole» (2004), che è stato tradotto in venti lingue e portato sullo schermo dai fratelli Taviani nel 2007. «La strada di Smirne», sempre per Rizzoli, è del 2009. Nel 2010, dopo una drammatica esperienza di malattia e coma, ha scritto «Ishtar 2. Cronache dal mio risveglio» (Rizzoli). Nello stesso anno, per Piemme, ha pubblicato con successo il volume «Il cortile dei girasoli parlanti». Qui sotto potete trovare una sua breve quanto efficace conversazione con il giornalista Rai Matteo Spicuglia.

 

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