Giuliano Ferrara non si smentisce. Lo aveva detto, questo Pontefice piace troppo (che è poi il tema del libro di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro pubblicato da Piemme nel 2014). Oggi, su Il Foglio, interviene dopo la bella intervista di Paolo Rodari a Bergoglio apparsa ieri su la Repubblica. Titolo: «Il vicolo cieco di Francesco». La questione che pone: «Fare il Papa in questo mondo complicato è una fatica indicibile, ma dire che democrazie e dittature, occidentali e terroristi, sono sullo stesso piano significa scagliare pietre senza criterio sul mondo abitato da libertà e male».

«C’è bisogno di armi – scrive Ferrara – per difendere i cristiani d’oriente, i copti, lo stesso Papa in pellegrinaggio in Egitto, c’è bisogno di armi per respingere la corsa al nucleare iraniano, per debellare il jihadismo e le sue minacce e le sue opere, c’è bisogno di deterrenza, di forza, di qualcosa che possa interrompere la spirale della violenza e della aggressività di chi vuole assoggettare il mondo cosiddetto civilizzato, il mondo abitato dai nemici ebrei e cristiano, alla sharia, che non una diversità culturale come un’altra, è una sfida esistenziale».

Ferrara, come Domenico Quirico in «Francesco e noi», sostiene argomenti puntuti su Francesco, con una «appassionata lettura critica», ma non trascende mai come altri. E mi fa pensare. Sono stato obiettore di coscienza e ho svolto il servizio civile negli anni Ottanta. Resto convinto di quella scelta e del fatto che un Papa, a maggior ragione come Bergoglio, debba indicare un orizzonte dove non abiti la violenza e dove il traffico di armi venga stigmatizzato. Siamo peraltro al confine labile di un conflitto mondiale molto più esplicito… E dunque? Si vis pacem para bellum? Voi che ne pensate?

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