La morte mi è passata di nuovo vicino. Se n’è andato uno zio anziano, musicista e docente al Conservatorio, un cuore caldo, conviviale, ironico e ricco di spirito. Anche sui suoi malanni. Ero all’obitorio di Milano il 14 agosto. Un clima surreale, in lotta con l’odiosa burocrazia italiana che si diverte con gli inciampi anche quando non sei più in vita: perché se muori in casa, solo, di notte, e vieni ritrovato il mattino dopo dal portinaio si scatena una infernale giungla normativa. E poi, neanche un prete per chiacchierare, come cantava Celentano: in realtà ce n’era uno giovane, o forse d’età indefinibile, ucraino. Ha pronunciato poche e sagge parole, per i pochissimi che eravamo. Siamo riusciti a fare silenzio, a pensare, nonostante l’afa umida e la tristezza addosso.

Rientrando, al volante, mi è venuto in mente un dibattito al quale ho partecipato qualche mese fa sulla rivista dell’Università Cattolica, Vita&Pensiero, grazie all’amico e collega Roberto Righetto che mi ha coinvolto. Cliccando qui potete trovare tutti i riferimenti.

Avevo messo in fila alcuni ragionamenti dopo aver letto le riflessioni dello scrittore Paolo Cognetti pubblicate su “Vita e pensiero” a fine 2016.

Ne sono rimasto colpito. Non soltanto per il fascino letterario nell’affrontare il tema degli eremiti del XXI secolo (non era un caso, d’altronde, che Gustave Flaubert venisse chiamato “l’eremita di Croisset”), ma perché mi è capitato, da cronista, di avvicinare gli ultimi custodi del silenzio. L’ho fatto di recente, riprendendo carte, appunti e reportage di tempo addietro, quando negli anni Novanta mi ero messo sulle tracce degli anacoreti per l’Avvenire: incontri straordinari, arricchenti. Con alcuni ho mantenuto contatti abbastanza regolari, con altri li ho ripresi, con altri ancora li ho attivati provando da aprire nuove porte, anche con chi vive una tradizione diversa da quella cristiana: induisti, buddhisti, sufi musulmani.

Ho riascoltato The sound of silence di Paul Simon e Art Garfunkel, lanciata nel 1966 e poi anche colonna sonora de “Il laureato” con un giovanissimo Dustin Hofmann.

«And in the naked light I saw ten thousand people, maybe more; people talking without speaking; people hearing without listening, … And no one dared disturb the sound of silence». Per me, baby boomer degli anni Sessanta, una melodia emozionante. Ma quelle parole… «Fools said I you do not know, silence like a cancer grows». «Stupidi, io dissi, voi non sapete che il silenzio cresce come un cancro…»: parole dette a «migliaia di persone e forse più, viste nella luce nuda, persone che parlavano senza emettere suoni, che ascoltavano senza udire e… nessuno osava disturbare il suono del silenzio». Nell’ossimoro del titolo, il suono del silenzio, c’è il tema, attualissimo, dell’incomunicabilità, del timore-tremore di essere soli con se stessi.

Forse, quando si superano abbondantemente i cinquant’anni, ci si fa prendere dall’ansia dei primi bilanci e pensi che queste creature così all’opposto della logica con cui tutti stiamo vivendo, possano offrire risposte sensate a quelle domande, interiori, che ancora non le hanno ottenute. Occupandomi adesso al Sole 24 Ore di economia del territorio intrecciata agli scenari internazionali (geopolitica, finanza, confronto tra le civiltà), sentivo anche l’esigenza di trovare qualche fonte radicale, capace di far intuire una luce, una direzione. Lo smarrimento dovuto alla lunga crisi è frastornante. E sappiamo quanto le prospettive ultime siano una dimensione oggi nascosta o narcotizzata. Paura? Nebbia profonda? Simon&Garfunkel iniziavano così: «Hello, darkness, my old friend». Ciao, oscurità, vecchia amica. Un intreccio, un segnale.

Ho scritto sugli eremiti, ho compiuto un viaggio esistenziale prima ancora che professionale (volendo, trovate ancora, sul Web, qualche copia di «Un eremo è il cuore del mondo», Piemme, 2011). Di fronte agli occhi trasparenti di queste persone con cui ho dialogato – uomini e donne, una ventina – non possono che cadere le maschere. Sono tanti gli eremiti, ben più di quanto immaginiamo: dispersi un po’ ovunque, con una moltitudine silenziosa che va a cercarli per ottenere nutrimento e ossigeno. Gli eremiti di oggi vivono in baracche, grotte, casupole vicino a comunità monastiche e chiesette fatiscenti ristrutturate con l’aiuto di amici e sconosciuti affascinati dal loro progetto. In luoghi (boschi, radure, bricchi poco accessibili), anche se freddi, autenticamente “caldi”. Perché diventano “cuore”, “casa”. Il mistico è proprio colui che ha il coraggio di andare a fondo di questa esperienza, di addentrarsi nella materia, di avventurarsi nelle profondità, di percorrerne le viscere, fino ad arrivare al centro: sprofondare per poter salire. Vertigini spirituali.

Ho colto anche quanto possano essere atteggiamenti spirituali l’umorismo e l’autoironia: nel giusto dosaggio aiutano a non prendersi troppo sul serio, a non fare di noi stessi e delle nostre idee degli idoli.

Mio zio, vedovo da quindici anni, era un po’ così, a riprova che certi ingredienti della vita possono essere utilizzati anche nel caos metropolitano (da leggere, sempre su Vita&Pensiero, quanto ha scritto Antonella Lumini: «Il punto centrale della chiamata alla solitudine non riguarda il distacco dalle cose del mondo, la vera vertigine del solitario è data soprattutto dal distacco dalla voce dell’ego collettivo che si fa sentire ovunque, anche nel luogo più remoto»).

Gli eremiti non hanno una vita facile. Sono sentinelle nella notte, spesso spiritose (perché non egocentriche, appunto), fari che possono indicare una strada. Un anonimo e severo anacoreta, prima di lasciarci, mi aveva allungato un testo di Tomáš Špidlík: «I credenti non sono in grado di provare la loro fede in Cristo con argomenti di ragione. Ma il sentimento del cuore dà loro la certezza di essere sulla giusta strada della salvezza». Come si definisce un eremita? «Chissà», mi aveva risposto il francese Adalbert De Vogüé, grande studioso di San Benedetto: «Sono pieno di limiti. Ogni monaco è un marginale. E un eremita è un monaco al quadrato, un marginale fra i marginali che vuole soltanto stare alla presenza di Dio: non pretende affatto di essere un segno, perché il deserto è l’insignificanza». Tracce che potremmo seguire anche oggi. Simon&Garfunkel concludevano così: «And the signs said “The words of the prophets are written on the subway walls and tenement halls and whisper’d in the sounds of silence». Una bella immagine, una scritta saettata – in quella canzone – dal dio-neon creato dalla gente: «E le insegne dissero: “Le parole dei profeti sono scritte sui muri della metropolitana e nei corridoi delle case popolari e sussurrate nel suono del silenzio”».

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