Che fascino Saraghina, la prostituta di «8 e 1/2», il capolavoro di Federico Fellini del 1963. La pagano i bambini scappati dal collegio perché si spogli sulla spiaggia. C’è anche Marcello, che impersona il grande regista da piccolo. Subito viene inseguito e pizzicato dai terrificanti preti guardiani in talare che poi lo sottopongono a un duro interrogatorio e al castigo. L’attrice americana Eddra Gale è bravissima: enorme, rotonda, sferica, amore, sesso e libertà. Viene contrapposta alla dura – e geometricamente aguzza – repressione della Chiesa, ossessionata dal peccato e dall’umana sessualità.

Pensavo a queste immagini in bianco e nero, così diverse e certo più drammaticamente intense del lieve don Camillo di Giovannino Guareschi, nell’indimenticabile ricordo che ci ha lasciato l’interpretazione di Fernandel (nella foto a sinistra). Fotogrammi della settima arte, che sovente riaffiorano nella mia mente in questo periodo ringhioso in cui tanti, spesso dal Web, abbaiano contro Papa Francesco e qualunque cosa egli dica. Apre ai gay, esalta il relativismo, non è un teologo, se la fa con i protestanti, demolisce la dottrina, distrugge la famiglia e la Chiesa, crea disorientamento e chi più ne ha più ne metta. Gridano al complotto e all’eresia preti, vescovi e pure molti laici.

Talvolta mi sento come quei bambini di fronte a Saraghina e al mare romagnolo. In tanti della mia generazione di baby boomer dei primi anni Sessanta (e non solo) siamo stati educati a pane e senso di colpa. Catechismo e verità dogmatiche, moralismo al servizio del potere – psicologico in primis  – di una certa gerarchia ecclesiastica.  Più invecchio, più penso che al di là della buona fede di alcuni autentici pretoni che ho conosciuto negli anni, un terribile malinteso abbia generato mostri, i quali oggi – fragili psicologicamente – si scagliano contro chiunque sia autenticamente evangelico. E il guaio è che anche molti giovani sono degli avvilenti bacchettoni tradizionalisti.

Provate a leggere «Vittime del peccato» di Josè Maria Castillo (Fazi Editore, 2012). L’autore – toh – è un gesuita, allontanato dall’insegnamento per le sue tesi “progressiste”. Ma il suo ragionamento è assolutamente convincente: l’ossessione religiosa per il peccato ha fatto perdere di vista il problema della sofferenza umana e ha sostenuto l’idea di un Dio incazzoso e vendicatore, avido di sacrifici. Ma il Vangelo dice questo? Sostiene forse che ci salveremo con la sofferenza? No. Ci salverà l’amore, non la croce, che invece è solo la conseguenza dell’amore di un rabbi galileo che voleva amare l’umanità e tentare di risollevarla (deponendo i potenti dai troni e innalzando gli umili).

Sono debitore di queste riflessioni – che aprono a orizzonti veramente nuovi – a un teologo piemontese che si chiama Paolo Scquizzato. Gli sono grato per le sue provocazioni e per come mi aiuta a ragionare, rimuovendo pigre e sonnolente incrostazioni del pensiero (da cui nessuno di noi è indenne). [Trovate qualcosa su di lui cliccando qui. Sotto, invece, la scena felliniana della Saraghina]

1 COMMENTO

  1. Bravo! È questa l’operazione più utile e giusta: cominciare a far circolare queste sane riflessioni sulla nuova teologia.

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