La promessa risale a meno di un anno fa: da Alba andremo alla conquista del mondo. L’hanno mantenuta.  Ferrero ha annunciato poche ore fa l’acquisizione delle barrette di cioccolata della Nestlé: una operazione da 2,8 miliardi di dollari. Saranno una ventina i marchi che, grazie a questo deal, passeranno al gruppo dolciario italiano: Butterfinger, BabyRuth, 100Grand, Raisinets e Wonka, per esempio, ma anche le caramelle weeTarts, LaffyTaffy e Nerds. E l’accordo prevede per Ferrero il diritto esclusivo sul marchio Crunch negli Stati Uniti nel comparto del confectionery.

L’annuncio era atteso già da qualche giorno. Ragionavo sull’evoluzione di questa azienda piemontese e che cosa ci può dire. Appena il 30 marzo dello scorso anno veniva annunciato un cambio di governance, con un top manager nella funzione di amministratore delegato (Lapo Civiletti) e Giovanni Ferrero presidente esecutivo. Quest’ultimo, fratello di Pietro (scomparso prematuramente nel 2011) e figlio di “Mister Nutella” (il “signor Michele”, mancato nel 2015) ha avuto coraggio:  nelle famiglie di imprenditori italiani non è semplice il passaggio generazionale e lo è ancora meno la decisione di affidare a un “esterno” le redini dell’azienda. A maggior ragione quando l’obiettivo dichiarato è rafforzare la capacità competitiva sui mercati e accelerare il percorso di crescita.

Il “signor Michele”

Il “signor Michele” – nello stretto riserbo tipico della tradizione langarola (Alba è pur sempre la ruvida terra di Beppe Fenoglio) – non voleva sentire parlare di quotazione in Borsa o di acquisizioni di altre aziende, ma solo di crescita “interna”. Lavorare bene, produrre, espandersi. Il figlio Giovanni e la sua “squadra” stanno innovando. Parliamo di un gruppo che supera i dieci miliardi di fatturato,  ma che ha valori solidi e fondati: il senso di appartenenza e del dovere, uno sviluppato welfare aziendale (che vuol dire attenzione ai dipendenti come persone, dagli asili nido al dopo lavoro, alle iniziative per gli anziani e a tutela della salute), l’attenzione all’ambiente. Una bella sfida: se non cadranno nelle tentazioni della Finanza e del suo vigliacco modo di inventarsi denaro fasullo, ma resteranno fedeli a questo intelligente modello manifatturiero di “made in Italy” agroalimentare, potranno diventare un punto di riferimento interessante per la nuova stagione che si sta aprendo per il capitalismo mondiale. Facendo vedere, cioè, che si può essere – come sostengono alcuni economisti alla Stefano Zamagni e Luigino Bruni – una impresa civile, cioè responsabile: in grado di fornire ragioni, entusiasmo, benessere.

Una follia? Non penso. Dovremmo riscoprire gli scritti di Elinor Olstrom, prima donna Nobel per l’Economia (ahinoi, dimenticata e poi scomparsa nel 2012), e la sua opera fondamentale «Governare i beni collettivi» (Marsilio, 2006).  Innovare, senza zone oscure. Qualcosa che dovrebbero imparare i nostri decisori pubblici, molti industriali farfalloni e guru tipo mister Jeff Bezos di Amazon. Ci riusciranno? Per adesso, questa colossale acquisizione sembra il modo migliore per onorare la memoria del “signor Michele”.

Per approfondire ulteriormente, una analisi di Paolo Bricco sul Sole 24 Ore: «Dagli Olivetti agli Elkann ai Ferrero, il sogno americano del capitalismo del Nord-Ovest».

 

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