Tutto corre e accelera spaventosamente nel nostro villaggio globale. La famiglia è sotto pressione, lo sappiamo. Direi soprattutto come cantiere degli adulti di domani. Per i figli i genitori sbagliano sempre in un modo o nell’altro. Il che è vero, nel senso che può accadere, sia pure in buona fede: ma bisognerebbe esserne almeno consapevoli. Reazioni, atteggiamenti, qualità delle relazioni sono decisive per formare i ragazzi, per impostare la vita. Ci sto pensando perché un amico mi ha confidato con serenità del primogenito che alle soglie dei trent’anni è riuscito a “fare outing” – oggi si dice così – dichiarando la sua omosessualità e il desiderio di vivere con il compagno. Come mi sarei comportato nel suo caso? E che cosa farei se uno dei miei figli mi dicesse che sta vivendo il poliamore?

Il senso di smarrimento

Che cosa farei? Non lo so. Bisogna vivere le situazioni e non si possono sputare sentenze, abitudine consolidata di chi oggi sdottoreggia sulla famiglia in modo bacchettone suscitando reazioni opposte e livore ideologico (ne ho scritto qui qualche giorno fa). Certo, sono circostanze complesse ben diverse dall’«Indovina chi viene a cena?» del 1967 con Spencer Tracy, Sidney Poitier e Katharine Hepburn. Anzi, che una figlia o un figlio possa sposare o andare a vivere con un uomo o una donna di un altro continente o di diverso colore non mi spaventa.

L’omosessualità mi destabilizzerebbe profondamente, invece, ma perché non sarei pronto. So che dovrei affrontare la questione in primis con mia moglie. So che l’importante è che un figlio o una figlia possa sentirsi pienamente realizzato e amato (quindi riconosciuto) per come è, indipendentemente dal suo orientamento, proprio dai genitori. Una buona relazione – anche nel confidarsi fatiche, ma soprattutto nel cammino insieme – è di sicuro il miglior ingrediente per affrontare la vita, pregiudizi e sofferenze. E per formare persone equilibrate e, possibilmente, felici. Questo mi sento di dire.

Il poliamore

E il poliamore invece? Lo ritrovo sempre più spesso qua e là. È la pratica, il desiderio o la semplice accettazione dell’idea che si possano amare più persone contemporaneamente. Tutti insieme, alla luce del sole: tre, quattro, o più. Mah. Lo scrivo perché figli di amici all’estero lo vivono (ma senza averlo detto, intuisco, a mamma e papà). Intendiamoci, ognuno – se maggiorenne e responsabile – può avere le sue idee e le sue pratiche. Ma questa opzione (che a me ricorda i figli dei fiori, è un fatto generazionale) non mi convince: certo, meglio di chi tradisce il partner ufficiale di nascosto o va a prostitute, meglio di chi mena l’uomo o la donna che dice di amare, ma mi sembra troppo comodo. Non scelgo (in fondo puoi essere anche bisex), sto un po’ qui un po’ là a seconda di come va… Senza considerare il pasticcio di gelosie, agenda e quant’altro… E se poi dovessero nascere dei figli da quegli intricati (a mio avviso) rapporti? Dicono che sia anche una specie di religiosità. Mah. L’amore, così come la relazione sessuale che ne consegue (se non è solo pulsione animalesca da soddisfare), mi sembra debba avere i requisiti della passione e della esclusività. Un bel tema vista l’imminenza di San Valentino… Oggi, nella babele dei linguaggi e della comunicazione, stiamo perdendo sensi, senso e buonsenso. Che cosa diventerà la nostra società? Più moderna o più povera?

4 COMMENTI

  1. Non si dice “outing”, bensì “comunig out”. Sono due azioni completamente diverse, basta una semplice ricerca in rete per informasi.

    • Ha ragione, nel senso che «coming out» (non come scrive lei, ma sarà un refuso) indica la piena volontà della persona di esprimersi, mentre «outing» no. Però la sostanza del mio ragionamento non cambia usando un termine o l’altro. Grazie per la sua precisazione.

  2. Mi permetto di aggiungere un elemento in più: e quando a fare coming out è il coniuge? Ovvero quando la persona con cui si è costruito una famiglia, fatto dei figli, ideato progetti, improvvisamente (ma nemmeno troppo improvvisamente) decide, o meglio, dichiara la propria omosessualità? Sono sempre di più i casi come questo (e io ne sono, mio malgrado, vittima), e tutti parlano di chi fa coming out, ma nessuno si occupa dell’altro coniuge, di chi subisce gli effetti di quella rivelazione, che si ritrova da solo con i propri fantasmi fatti di bugie e mancanza di fiducia. Perchè non parlarne?

    • Caro Alessandro, grazie per questa sua testimonianza, che evidenzia un problema reale e, immagino, anche un percorso di sofferenza. È vero, bisognerebbe occuparsi di più di queste situazioni. Credo che a partire dalla scuola – e nel mondo associativo – bisognerebbe creare più occasioni (formative, informative e di sostegno) per affrontare, gestire e prevenire le situazioni che lei descrive.

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