di Alessandro Antonioli

Buongiorno ragazzi! Oggi riprendiamo la lezione di epica da dove l’avevamo interrotta la scorsa volta. Matteo, ti ricordi a che punto dell’Odissea eravamo arrivati? Esatto, bravo: il viaggio di Telemaco. Il giovane è partito per mare, accompagnato da Atena, per cercare notizie su suo padre. Abbiamo anche analizzato i racconti di Nestore e Menelao, grazie ai quali Telemaco scopre non solo dove è finito Ulisse – esatto Davide, a Ogigia da Calipso – ma anche di assomigliare, specie fisicamente, al suo papà. Pensate all’impronta che hanno lasciato su di voi i vostri genitori: atteggiamenti, valori, attenzioni e tutto ciò che vi hanno trasmesso. Ecco, Telemaco si è perso questa dimensione del rapporto padre-figlio e sta cercando di ricostruire un modello, per il momento ancora sfocato, a cui tendere. Voi, anzi, noi siamo fortunati a vivere ciò che Telemaco ha solo sognato per tanti anni. Spesso non ce ne rendiamo nemmeno conto. Proprio per questo volevo iniziare la lezione di oggi in maniera particolare, raccontandovi di mio padre e dell’impronta che ha lasciato su di me.

Il giornalista e il portiere della Roma

Ascoltate bene perché poi chiederò anche a voi di mettervi alla prova, sarà il vostro tema per lunedì prossimo. Simone, se sbuffi perché sei preoccupato per i compiti a casa, non temere: avrete anche gli esercizi di grammatica sui verbi copulativi, contento? Scherzi a parte, possiamo iniziare?

Tanto per cominciare, mio papà di lavoro fa il giornalista.

Da piccolo questo suo mestiere mi piaceva moltissimo. Anche se, ammetto, capivo molto poco di quello di cui scriveva: inviato speciale non-so-dove, economia, imprese locali… Roba noiosa. Molto meglio lo sport, che adoravo leggere nella sezione dedicata. In particolare, qualche anno fa il portiere della Roma si chiamava esattamente come lui, Francesco Antonioli. Al termine di ogni partita dei giallorossi andavo a spulciare minuziosamente le sue pagelle. Alcune me le ricordo ancora. «Antonioli, voto 7: un falco, si avventa come un rapace su ogni pallone vagante. Insuperabile». Quanto mi sarebbe piaciuto che mio papà scrivesse di sport! Pensate che, al momento del suo trasferimento al Sole 24 Ore, ero incappato in una crisi di nervi: ma proprio nell’unico giornale senza sport doveva andare a lavorare? Voi ridete, ma per me fu un dramma. Dopo molte lacrime, me ne feci una ragione.

I quotidiani e i libri

La domenica mattina lo accompagnavo a comprare almeno cinque o sei quotidiani diversi. Poi tornavamo a casa e ci mettevamo a leggerli. Io ovviamente sceglievo la Gazzetta dello Sport. Lui sul divano o sul tavolo in cucina, io sulla mia piccola sedia rossa. Papà credo conservi ancora quella foto. Un bel momento condiviso. Come ogni bambino che si rispetti, ero orgoglioso del suo lavoro: raccontare storie, e raccontarle bene, per informare le persone. Mi sembrava – e mi sembra tuttora – un mestiere molto nobile.
Papà scrive anche libri: la sua ultima fatica è un volume collettivo su Bergoglio, al quale nel mio piccolo ho contribuito anche io. Papà Francesco ha raccolto contributi su papa Francesco, perdonate il gioco di parole. Osservandolo mentre si dedicava ai suoi libri, fin da piccolo ho cercato di emularlo con le dovute proporzioni, assaporando il gusto di parole e frasi che prendono vita grazie alla creatività.

Mi sentivo un “padre” anche io perché generavo dei racconti, i miei “figli” da curare e far crescere.

Ho sempre adorato scrivere, mi viene naturale: mi piace pensare che sia un gene che mi ha trasmesso papà. Anche adesso, da professore, cerco di stuzzicare la vostra fantasia e il vostro estro, ormai mi conoscete. Mi diverto un mondo a leggere i temi delle medie, di cui spesso vi riporto i passaggi più simpatici, mi commuovo con i vostri, quelli delle superiori. Vivo le vostre avventure, mi affaccio nella vostra vita grazie alle finestre che aprite sul vostro mondo. La scrittura è un mezzo potente: anche questo l’ho imparato da papà.

Il calcio e la famiglia McLane

Gli Antonioli in versione “McLane”

Papà ha sempre giocato poco con me a calcio e questa sua “mancanza” all’inizio mi pesava. Vedevo i padri dei miei compagni o mio zio giocare spesso con i rispettivi figli e mi chiedevo perché anche lui non lo facesse. Qualche volta ci provava, con scarsi risultati: fiatone dopo pochi minuti, un polmone lasciato sul campo, rischio di collasso con il passare del tempo. Decisamente meglio non continuare. In ogni caso, lo sport l’ha sempre lasciato abbastanza indifferente. Pazienza, condividiamo altri momenti padre-figlio di cui sono orgoglioso. Per esempio, piacciono tantissimo a entrambi i film in cui Bruce Willis ammazza tutti i mentecatti che trova sulla sua strada: «Yippie Ki-Yay, figlio di p…». Bè, avete capito. Della serie Die Hard non ce ne siamo perso uno. Qualche volta ci chiamiamo affettuosamente “i McLane”. Alessia, ho sentito bene? Non hai mai visto questi capisaldi della storia del cinema? Male, malissimo: devi recuperare il prima possibile!

Un altro momento che spesso io e papà condividiamo è quello di andare a prendere insieme il nonno a casa sua in occasione di pranzi o eventi familiari di ogni sorta.

Tre generazioni di Antonioli: Pier Giorgio, Francesco e Alessandro. Lo trovo molto poetico. Un gesto semplice, ma che mi godo dal primo all’ultimo minuto. Ora che ci penso, mi viene in mente l’ultima istantanea del nostro rapporto padre- figlio. Risale a qualche settimana fa, quando siamo andati a cena insieme: mia mamma e le mie sorelle erano impegnate a teatro, così noi ne abbiamo approfittato. Tra una braciola messinese e l’altra ci siamo raccontati e confrontati sul presente e sul futuro. Mi rassicura sempre condividere piani e progetti con lui, tengo molto in considerazione il suo punto di vista.

Turbolenze adolescenziali

Non vi nascondo che abbiamo anche attraversato qualche (dura) fase di turbolenza adolescenziale, nella quale lo scontro era addirittura cercato. Non vi saprei esattamente spiegare il perché, ma mi ricordo che mi sentivo molto in conflitto con lui: qualsiasi parola pronunciasse mi infastidiva, qualsiasi decisione era quella sbagliata, alcune sue “manie” mi portavano all’esasperazione. Ricordo distintamente quando, tornato da scuola e seduto a tavola, come prima cosa mi chiedeva se mi ero lavato le mani: quanto mi arrabbiavo!

Come poteva concentrarsi di più sull’igiene dei miei arti superiori che sulla mia giornata scolastica?

Con il trascorrere degli anni la fase ribelle è scemata e ho scoperto che gli assomiglio sotto tanti aspetti, molti di più di quanti immaginassi. E la cosa mi garba parecchio. Volete qualche esempio? Anche a me piace dire “Grazie” o “Ti amo” con dei fiori. Inoltre, i gusti in fatto di scarpe sono molto simili; quelli sulle sciarpe o sui colori dei golf, per fortuna, no. Entrambi invadiamo e ci appropriamo dei tavoli in salotto, colonizzandoli con la nostra roba: lui con giornali e cartelline di ogni sorta, io con i libri di scuola e con i vostri temi da correggere. E potrei continuare ancora l’elenco, ma ve lo risparmio.
L’eredità più preziosa, che conservo gelosamente, sono le sue lezioni di vita, che ho appreso o in maniera diretta, perché me le ha spiegate lui con pazienza, o in maniera indiretta, semplicemente osservandolo. Sono tante e mi hanno reso l’uomo che sono adesso: la generosità, il non risparmiarsi mai, creare ponti e non muri, la passione nel proprio lavoro, l’amore di chi si sceglie ogni giorno, come lui e la mamma… Cerco di trasmettere questo “stile” a voi ogni giorno in classe.

Lo so, è suonata la campanella.

Vi rubo ancora un minuto. Adesso sapete qualcosa di più su mio padre. Nella verifica vi chiederò anche di lui. Scherzo, ovviamente. Piuttosto, pensate al povero Telemaco, che si è perso per vent’anni la bellezza di questo rapporto padre-figlio! Per questo il momento in cui i due finalmente si ritrovano – ci arriveremo tra qualche lezione – è uno dei miei preferiti. Si abbracciano, si osservano avidamente, piangono e singhiozzano più forte dei piccoli uccelli. Si riconoscono a vicenda: il padre incontra il figlio che non ha mai visto crescere, il figlio incontra il padre che non ha mai conosciuto. Ecco, per questo vi dicevo che noi siamo fortunati. Pensateci, mentre uscite per l’intervallo!

1 COMMENTO

  1. Tra le varie fortune che alcuni hanno c’é anche quella di saper scrivere: so che mio padre Umberto scrive poesie, ma ho sempre provato una vergogna indicibile quando alle feste di famiglia le leggeva di fronte a tutti. Io ho sempre considerato il 6– il voto massimo dei miei temi in classe, temendo che la prof mi chiedesse di rifarlo rimpolpando qua e là per poi dire che c’erano delle ripetizioni. Allora, ingegneria per tutti, dove la capacità di sintesi, non viene mai denigrata. Salvo poi scoprire che più invecchio e più mi tocca scrivere Board Report, Executive Summary e tante altre parole. Nostro figlio Marco prima di iniziare un componimento negoziava il numero minimo di righe da scrivere ed ha toccato il suo apice con un tatuaggio sul petto, dalla parte del cuore: solo le iniziali dei nomi di mamma e papà.

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