Posso dirlo? Ma che palle l’ennesima polemica sulla festa della mamma o la festa del papà che discrimina i genitori omosessuali. Chiarisco: non sono omofobo. Questa storia – di nuovo esplosa in un asilo di Roma che ha eliminato la ricorrenza in favore di una più inclusiva “festa della famiglia” – mi sembra la classica scemenza del politically correct. Esattamente come dire non dobbiamo parlare del Natale cristiano per rispetto di chi è musulmano.

Pippe degli adulti: genitori omosessuali o no

Trattasi, in senso tecnico, di pippe mentali degli adulti, che i bambini non si fanno. Sennò dovremmo abolire le due feste per rispetto di quei ragazzi che hanno perso prematuramente uno dei due genitori. L’ultimo dei tre figli di un nostro amico (scomparso per un vigliacco tumore a cinquant’anni) rispose candidamente alla maestra: «Ma certo che lo faccio il lavoretto per papà, poi glielo porto al cimitero». Io non so dire che adulti verranno fuori da una coppia di genitori omosessuali, ma è certamente vero che esistono coppie – a rigore “normali” e “tradizionali” – che fanno paura dal punto di vista delle relazioni affettive ed educative. Però è un’altra questione.

Siamo una comunità di cretini

I punti sono due e non si scappa. Primo. Siamo il Paese geniale del Made in Italy, ma siamo anche una comunità di cretini, faziosi e ideologici (vedi in primis gli abitanti dei Palazzi politici della Capitale). Ci sono cose più urgenti di cui occuparci e stiamo dietro alle corbellerie. Secondo. Non c’è nessun diritto dei genitori ad avere dei figli (rischia sempre di essere una pretesa egoistica), semmai i bambini hanno diritto a crescere in una famiglia: e qui bisognerebbe aprire un dibattito molto serio. Per essere chiaro: l’utero in affitto è una pratica terribile, ma non è affatto detto che le famiglie arcobaleno siano da bollare tutte come capriccio.

La scemenza dell’asilo di Roma

Comunque la questione dell’asilo di Roma resta una colossale scemenza. Claudio Rossi Marcelli, su «Internazionale», ne aveva già scritto in modo delizioso sei anni fa. Ripeto, sei anni fa: «A scuola la maestra aveva proposto che le mie figlie facessero il lavoretto per la tata: “La festa della mamma è l’occasione per onorare le figure femminili importanti della nostra vita”.  Quello è l’otto marzo, signorina. Io mi faccio in quattro tutto l’anno e poi la collana di pasta dipinta se la becca la tata? Il lavoretto è arrivato a me. Perché mamma o ci sei o ci fai».

Un dibattito di cattivo gusto

Detto questo, all’indomani della morte del piccolo Alfie Evans, mi pare di cattivo gusto che il dibattito italiano si ecciti alla follia sul perché la festa della mamma o del papà sarebbero discriminanti. Mi mette addosso una malinconia struggente, come una canzone di De Gregori o un film di Salvatores.

Potete leggere Claudio Rossi Marcelli cliccando qui.

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