Sergio Marchionne vicino di casa. Lo è, anzi, lo era. A Torino, s’intende. Una bella villetta ristrutturata qualche anno fa. Ci passavo davanti almeno due volte al giorno per raggiungere la stazione quando pendolavo con Milano. Adesso meno frequentemente, ma capita spesso. Serrande abbassate, molta privacy, macchine scure (Fca group, obviously) in attesa con la scorta, erba comunale sempre ben tagliata lungo il perimetro (ma non per intervento di Chiarabella Appendino), la invidiabile casetta del custode: potrei sempre propormi, pensavo. La tentazione? Avvicinarlo, appostarmi, scambiare due parole: l’ho visto uscire e rientrare più volte, ma non l’ho mai fatto.

Il mio vicino di casa Marchionne

Giornalista debosciato? Può darsi, mi sento molto anomalo nell’esercizio di questa professione. Avrei potuto strappargli qualche dichiarazione, un ragionamento, che so, sui possibili partner per Fca che avrebbe incontrato o sugli studi per l’auto elettrica, qualche aneddoto su Obama e Trump. Volevo chiedergli del suo ostinato e maniacale maglioncino, dirgli che – in realtà – l’unica volta che mi aveva fatto incazzare vederlo vestito così era accaduto nell’agosto 2008, al funerale di Andrea Pininfarina. Insomma, le domande potevano essere un sacco. Con costanza e testardaggine, magari, ci sarei riuscito. Non sarebbe stato difficile. Con la bella stagione, poi, gli piaceva – seduto accanto al guidatore – viaggiare con il finestrino abbassato e guardarsi attorno, curiosando tra i movimenti del poco distante mercato della Crocetta, dove si era fatto immortalare con qualche stupefatto ambulante.

Non l’ho mai fatto. E non solo perché – ancora quando alla villetta l’impresa lavorava alla ristrutturazione 24 ore al giorno – gli amici dell’Ufficio stampa Fca, a precisa domanda, negarono quasi la sua esistenza. Marchionne vicino di casa? No, impossibile, ti sbagli. Nel gioco mediatico ci sta. Non ho mai tentato di avvicinarlo perché quella era casa sua. Una zona inviolabile, come lo è casa mia, casa nostra, i nostri affetti. Anche se il personaggio è pubblico.

Motore da Formula 1

Come spesso succede, quando muori, rischi di essere santificato. Questo non sarebbe piaciuto neppure a lui. Tralasciamo i commenti di certa sinistra becera e miope, correnti sindacali comprese (becere e miopi pure loro). Marchionne aveva un motore da Formula 1: può fermarsi improvvisamente, accade. Però, quando fila a pieni giri, fa paura. Conosco suoi stretti collaboratori, svegliati nel cuore della notte, perché tra Detroit e Torino o viceversa, i fusi orari sono leggermente diversi. Era anche incazzosetto, duro, forse un po’ spietato. L’altro lato della medaglia, ecco. Ma se non avesse avuto questi ingredienti caratteriali – oltre che l’ostinata idea del lavoro di squadra e la capacità umana di comprendere, fiutare – non sarebbe andato da nessuna parte, non avrebbe portato la Fiat (esangue e quasi morente dopo la gestione dei vari Cantarella) a essere la Fca di adesso.

Passaggio obbligato

Qualche anno fa me lo sono trovato a sorpresa a fianco alla Pinacoteca Agnelli: era la primavera 2011, se non ricordo male, durante l’inaugurazione di una mostra dell’Eni. Abbiamo scambiato due parole su Enrico Mattei, così, come visitatori qualunque. Volevo dirgli che cosa facevo, tirare fuori il taccuino. Ma non l’ho fatto. Dite tutto quello che volete sui suoi emolumenti, ma erano meritati (lo diciamo? sì, meritati). Va bene, diciamo che avrebbe potuto anche adoperarsi di più per tirare fuori una certa Confindustria dalla sua imbarazzante mediocrità, ma non l’ha fatto perché aveva altre urgenze. Poteva fare di più per Torino? Secondo me ha fatto molto. Ma non importa. Ieri sera sono passato davanti a casa sua, fumando un sigaro. Sono reduce da un cupo periodo di lutti familiari, iniziato tre anni fa. Ancora stamane un funerale di una parente stretta. Passaggio obbligato, la morte. Non così repentina, come per lui. E fa male, impressiona. Ma la vita è così. Sarebbe stato interessante parlarne insieme. Ho pensato di rimanere nella tentazione, di non chiedergli, di lasciarlo a casa tranquillo. Il resto, la sua eredità, la troveremo nei saggi di storia industriale e di management più avanzato.

Passerò ancora davanti a casa sua. Arrivederci, dottor Sergio Marchionne.

2 COMMENTI

  1. …anch’io ero abituato a vedere Gianni Agnelli in corso Marconi, all’uscita degli uffici FIAT, il fatto é che lui la 131 la guidava, ed era meglio non avvicinarsi e scostarsi in fretta dalla traiettoria…

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