Il libro “La storia del Toro Ferdinando” uscì in America, nel 1936; oggi è tradotto in sessantuno lingue e ha venduto oltre due milioni e mezzo di copie. La storia di questo libro ha qualcosa di straordinario, oltre alla storia che è racchiusa tra quelle pagine, la storia che narra… È Margaret, la vedova dell’autore Munro Leaf, a raccontare in un’ intervista radiofonica nel 1986, dieci anni dopo la morte del marito, come nacque quell’idea. «La Depressione era quasi finita. Siamo stati molto poveri. Una domenica pomeriggio, stava leggendo un manoscritto per un editore, per fare soldi extra… Alla fine gli dissi: «Lascia perdere, vai, divertiti. Fai qualcosa». Dopo mezz’ora ha detto: «Ascolta questo» e mi ha letto Ferdinando. Era lì, a matita, su sei fogli di bloc-notes giallo».

Il Toro Ferdinando, ovvero il diverso che fa paura

Aveva pubblicato altri due libri per bambini e trent’anni quando Munro scrisse la storia di Ferdinando; voleva fare un favore ad un amico illustratore disoccupato. Disoccupato sì, ma Robert Lawson era un artista geniale… Chiama il suo toro Ferdinando; probabilmente era l’unico nome spagnolo che conosceva, che aveva a mente per via del re Ferdinando, quello che aveva sponsorizzato il viaggio di Colombo.

«Aveva scelto un toro perché era diverso da gatti, cani, cavalli e conigli che popolano la maggior parte dei libri per bambini» raccontò Margaret. Ancora grazie alla moglie di Leaf, in un ricordo per il Washington Post nel cinquantesimo anniversario della pubblicazione del libro,  sappiamo che l’editore della Viking Press avrebbe voluto aspettare a pubblicare il libro, quando “il mondo si calmerà”…

La guerra civile in Spagna

In Spagna, a luglio, era scoppiata la guerra civile; Viking pensava di bloccare la pubblicazione. L’11 settembre 1936 la prima stampa, che fu di 5.200 copie; quell’anno tutto il budget pubblicitario dell’editore Viking fu assegnato a Giant Otto di William Pe’ne du Bois (è la storia di un cane enorme, dall’aria flemmatica…)

Toro Ferdinando cover originaleNel 1936, l’anno dell’uscita, “The Story of Ferdinand” vendette quattordicimila copie. Nel 1937 aveva venduto ottantamila copie, un numero incredibile per un albo illustrato; erano ancora gli anni della Depressione. «Per noi era un mistero completo» ammise la signora Leaf, «come questo è successo nel mondo!». È il 1938: a soli due anni dalla sua prima pubblicazione, “The Story of Ferdinand” aveva venduto più copie di Gone with the wind, uno dei romanzi più popolari del venetesimo secolo. Il libro ebbe ammiratori illustri come Thomas Mann e Gandhi.

Il presidente Roosvelt chiese che gliene fosse inviata una copia alla Casa Bianca. Si racconta che la first lady Eleonor Roosvelt, durante la cena annuale del Newbery Award, si scusò per non conoscere il libro vincitore di quell’anno, Roller Skates. E ammise che l’unico libro per bambini che aveva letto di recente era Ferdinando.

Il merchandising

Cominciò a svilupparsi il merchandising; non i soliti giocattoli, pupazzi, pigiami e scatole di cereali, ma sciarpe, cappelli, e una spilla Cartier che si acquistava per cinquanta dollari (circa ottocentocinquanta dollari oggi). La mongolfiera del toro Ferdinando scese a Broadway nella Parata del Giorno del Ringraziamento. La storia è stata adattata per la radio da “The Royal Gelatin Hour” con Rudy Vallée, e nel film di Walt Disney, nel 1938, che vinse un Oscar per il miglior cortometraggio animato.

In realtà il libro rappresentò molto di più di quello che il suo autore avrebbe potuto immaginare… La rivista Life, proclamando il libro “il più grande classico per l’infanzia dopo Winnie the Pooh”, comunicava però che tre copie su quattro venivano acquistate da adulti. Munro sembrava dispiaciuto quando dichiarò, nel 1937, che aveva pubblicato un libro «pensando fosse per i bambini, ma ora non lo so».

A tavola con il Toro Ferdinando

Firmando un pezzo per The New Yorker (era il gennaio del 1938) scrisse: «Ferdinand ha provocato ogni sorta di conversazioni per il dopo cena per adulti. Alcuni dicono che è un forte individualista, alcuni dicono che è uno spietato fascista che voleva fare la sua strada e l’ha presa, altri dicono che la favola è una satira sugli scioperi sit-down». Si arrabbiarono in tanti, proprio in tanti… Il New York Times del 20 novembre 1937 riportò le lettere destinate a Leaf, accusandolo di essere un liberista economico, appellandosi al “laissez-faire” e denunciando la sua teoria di una economia distaccata dall’utilitarismo della ideologia borghese; lo accusarono di “propaganda rossa”, ma anche di “propaganda fascista”. C’era anche chi protestava contro il suo pacifismo sovversivo. Un certo club decise che si trattava di “una satira indegna del movimento per la pace”.

La rivista Weekly riferì che Munro Leaf aveva ricevuto una denuncia di un diplomatico con sede a Ginevra di nazionalità sconosciuta. Si riportava il contenuto della denuncia: «Il vero destino di qualsiasi piccolo toro che non vuole combattere è stato un tragico viaggio in macelleria». Munro non aveva preso sul serio le sfide dei professionisti della pace; Ferdinando appariva un imbroglione.

Le pagine nei roghi nazisti

In Spagna il libro non sarà pubblicato fino alla morte di Franco, dopo il 1975. Il libro verrà bruciato nei roghi della Germania nazista.  Sappiamo dalla moglie di Leaf che la politica era la cosa più lontana dalla mente del marito, almeno mentre scriveva Ferdinando. Per il suo autore questa controversia era sciocca.

In tanti, ascoltando la storia di Ferdinando, si chiedono come è può accadere che un toro nell’arena non combatte, e per questo non viene ucciso. Come è possibile? Margaret Leaf lo spiegava a tutti i bambini che incontrò negli anni, nelle conferenze nelle scuole e nelle biblioteche: Ferdinando non aveva combattuto perché non voleva combattere. Basta. «Quando è arrivato all’arena era vero con se stesso, è molto importante quando cresci essere fedele a te stesso» diceva. «Mio marito non era un pacifista, ma era un uomo pacifico». Munro non era un politico, il libro non era politico.

Le critiche non finirono qui…. Un’altra polemica riguardava l’effetto che Ferdinando avrebbe potuto avere sui membri della Società delle Nazioni, o addirittura sulle “camicie marroni” tedesche. Un editorialista del Plain Dealer di Cleveland scrisse che «qualcosa di spiacevolmente allarmante viene elaborato sotto lo specioso mantello della letteratura per bambini»; insisteva sul fatto che «qualcosa dovrebbe essere fatto al riguardo». Il punto era: «Alcuni padri arrabbiati affermano che il libro è un tentativo deliberato di far venire i “mollycoddle” (le coccole) dai ragazzini”.

La dubbia mascolinità del Toro Ferdinando

La passività di Ferdinando era interpretata come dubbia mascolinità. Nel 1938, il duo jazz “Slim and Slam” registrò una canzone intitolata “Ferdinand the Bull”.

Si cantava:

«Ferdinando, Ferdinando
Il toro con l’ego delicato. . . . 

Ferdinand si mise le mani sui fianchi
Guarda Ferdinando che sibila. . . . 

Quando il picador gli mancò
cosa fece Ferdinando?
Lo ha baciato!

La canzone conclude: “Ferdie è una femminuccia, sì, sì.»

Un libro pericoloso dunque, a cui attribuire anche la colpa di minare il valore della mascolinità. Per completare il quadro ci si misero anche gli psicoanalisti. Nel 1940, in un articolo  pubblicato nell’Imago (importante giornale freudiano) Ferdinando si presentava come “il figlio eterno… Lui non regredisce; egli rimane semplicemente chiuso nella sua felice innocenza, si cura di se stesso con abbondanza di piacere infantile”. L’autore concludeva che la storia è “una chiara minaccia di castrazione”.

Nel 1951 Ernest Hemingway pubblicò nella rivista Holiday una breve favola intitolata “The Faithful Bull”. Comincia così: «Una volta c’era un toro il cui nome non era Ferdinando e non gli importava nulla dei fiori. Amava combattere e combatteva con tutti gli altri tori della sua età, o con qualsiasi età, ed era un campione… Era sempre pronto a combattere e il suo cappotto era nero e splendente e aveva gli occhi chiari». Sembra che tenga molto a ribaltare il carattere del personaggio! Hemingway concludeva la favola così: «Ha combattuto meravigliosamente e tutti lo ammiravano e l’uomo che l’ha ucciso lo ammirava di più».

A distanza di ottant’anni ci resta questo libro straordinario, attuale e vivo. «È una storia felice, dell’essere se stessi» (Washington Post, 25 giugno 1967)

Anna Peiretti parla del Toro Ferdinando a Torino Spiritualità il prossimo 30 settembre, alle 15, alla Sala Gioco del Circolo dei lettori di Torino (in via Bogino 9). Titolo: «Ma Ferdinando no. Storia del libro amato da Gandhi e odiato da Hitler». Voce recitante: Ombretta Bosio. Sound designer: Niccolò Bosio. 

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