Il ponte Morandi è una ferita aperta in Italia. Da ingegnere ho fatto qualche riflessione sui piloni deteriorati. I mungitori di vacche si siedono su uno sgabello che ha una gamba sola e usano le altre due gambe per stare in equilibrio. Provateci, sentirete dopo poco lo sforzo nelle gambe, e inventerete lo sgabello a tre gambe! Le tre gambe sono il minimo per far stare in piedi da solo uno sgabello e non usare le proprie gambe per trovare l’equilibrio. Le tre gambe sono i “vincoli” che ci servono per una condizione isostatica. Mancando un vincolo, dalla condizione isostatica passiamo a quella “labile”, suscettibile di movimento. L’albero di una barca a vela ha tre sartie, che entrano in tensione secondo il beccheggio e il rollio: se si rompe una sartia l’albero crolla, e non è una bella esperienza.

Ponte Morandi: collasso della politica?

Le strutture in cemento armato dei ponti, delle strade e degli acquedotti non sono tanto più complesse. Se sono fermate a terra con il minimo numero di “vincoli”, con appena quelli che bastano a tenerle ferme e impedire loro di decollare verso terra, si dicono isostatiche. Le strutture isostatiche hanno certi loro vantaggi, per esempio si deformano liberamente con le variazioni di temperatura. Ma se si annulla uno solo dei vincoli, come quando si rompe una delle tre gambe dello sgabello, vanno per terra. Così per il ponte Morandi di Genova: aveva un ardito minimo numero di vincoli, e si è smontato rapidamente.

Le strutture che hanno invece un numero di vincoli maggiore del minimo indispensabile si dicono “iperstatiche”, sopportano cioè alcuni cedimenti dei vincoli. Nel caso una parte ceda o soffra, altre parti intervengono in mutuo soccorso (solidarietà). A me ricordano le società che funzionano bene, quelle in cui i deboli sono sostenuti dai forti. Le società isostatiche invece dipendono in modo assoluto dalla resistenza di uno e uno solo. Libere dalla memoria, scondinzolano incoscienti tra diritti e doveri rompendo ogni patto collettivo.

Il fine vita delle strutture

Già a metà dei ’70 a noi strutturisti insegnavano che ogni struttura in cemento armato, e in particolare il precompresso, aveva un “fine vita”: 25, massimo 50 anni, e poi si doveva sostituire. Il calcestruzzo si contraeva, l’acciaio si allungava, il tutto richiedeva attenzione. Nel corso della vita della struttura ingegneri e tecnici avrebbero dovuto auscultare, palpare, stare a sentire i segnali delle travi, i gemiti eventuali dei tiranti. E a ogni segno contrapporre analisi, anamnesi e terapie. Sapremo mai la verità sul ponte Morandi?

Non solo: ingegneri e tecnici avrebbero dovuto progettare in modo da poter diagnosticare eventuali malattie (trasparenza) e intervenire con terapie anche di urgenza, soprattutto, va da sé, per le strutture più ardite, il cui rischio di crollo avrebbe generato le più alte conseguenze. Infatti, ciò che conta sempre è il prodotto del rischio per le conseguenze. Lo sanno gli assicuratori e dovrebbero ricordarselo i pianificatori quando – dotati dotati di “occhiali costituzionali antiriflesso” – vedessero oltre lo “spazio x tempo” di “collegio elettorale x prossime elezioni”.

La società pericolosamente “isostatica”

Dovremmo ricordarcelo anche noi oggi, che viviamo tempi in cui i vincoli che tengono salda la democrazia a terra, e la società solidale, e le decisioni trasparenti, vengono erosi uno dopo l’altro.

Oggi che al governo ci sono professori di Diseducazione Civica la nostra società tende ad essere pericolosamente “isostatica”. Siamo sempre più vicini alla condizione di labilità. L’Italia è come il ponte Morandi prima del 16 agosto?

Cliccando qui trovate 16 domande e 16 risposte sul caso del ponte Morandi ben congegnate da Il Sole 24 Ore.

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