La morte bussa tra le luci del Natale. Inattesa, ovviamente. Lasciando sgomenti e impreparati. Non è mancato un mio parente, ma uno di famiglia. Una presenza, un riferimento: una generazione diversa, un marito, il padre di amici, il nonno di nipoti. Non avevo mai perso una persona cara in questi giorni. Ti sussurrano se lo hai saputo, si affastellano i soliti dubbi: meglio così, d’improvviso, o dopo il calvario di una lunga malattia? La questione non cambia: il distacco lacera, è uno strappo. E poi, quando gli anziani se ne vanno, ti senti sempre più in prima fila. Comunque sia, partecipare a un rosario la sera del 25 dicembre è un contrasto aspro.

La morte come collirio

Il sacerdote che guida la funzione si esprime con il cuore, non spreca le parole. Semplice, essenziale: «Sosteniamoci per non cedere al dolore». Di fronte alla morte è moltissimo: in tempi di smarrimento, di fede incerta, quando l’emozione ti avvinghia. In genere, dai riti funebri, esco sempre più spesso arrabbiato e scoraggiato: per l’impreparazione, per la fredda sciatteria con cui molti preti biascicano concetti in cui evidentemente non credono più (oppure perché vaneggiano su presunte punizioni divine).

L'immagine della morte, inattesa nelle luci del Natale, come collirio per guardare la vita. Qui le luci di un rito funebre
Lo strappo. Quando la morte bussa inattesa tra le luci del Natale

Invece, quest’uomo di chiesa racconta di avere pianto l’altra sera ricordando l’amico insieme ai tre figli affranti. Utilizza un’immagine molto efficace: la morte come «collirio». Ovvero un diaframma esistenziale che paradossalmente – di fronte a una bara – ci aiuta a pulire lo sguardo, con lacrime che spingono a pensare alla vita, a ricordare con gratitudine tutti i momenti migliori trascorsi con la persona che non c’è più. Senza beatificarla, s’intende, ma gustandone le tracce buone che ha lasciato. Senza avvitarsi su se stessi. Senza negare il dolore o addirittura il disappunto e la rabbia. C’è una moltitudine ad ascoltare, giovani e vecchi.

La morte si fa social

Vivo questi minuti intensi, silenziosi e partecipati in una parrocchia cittadina. Penso al ragionamento onesto e non infantile di una spiritualità più matura che può essere convincente. Che ti parla di uno «tsunàmi di affetto» che ti avvolge quando sei stordito dalla botta della perdita. E che ti fa capire quanto sia rilevante il bisogno di sentirsi amati per poter coltivare una felicità sobria ma piena. Una goccia di speranza, non un anestetico devozionale, che sempre più spesso – in queste occasioni – mi spinge a dire «Vi vogliamo bene», «Ti voglio bene» piuttosto che «condoglianze».

Tornando a casa ho ripreso tra mano il libro del giovane filosofo Davide Sisto, «La morte si fa social» (Bollati Boringhieri, 2018), in cui si riflette su «immortalità, memoria e lutto nell’epoca della cultura digitale». Un’analisi molto interessante sul timore di parlare delle cose ultime, anzi, sulla loro “rimozione culturale”, sul desiderio disperato di mantenere in vita le persone (mai vista la serie televisiva Black mirror?) con i loro profili sui social media. Ma è anche un modo per dire che il villaggio digitale può diventare una opportunità – annota Sisto – «per reinserire l’elaborazione del lutto all’interno di una dimensione comunitaria e protettiva, per ragionare sul destino della nostra identità quando non saremo più vivi, per riflettere con più attenzione a proposito della fragilità della vita».

Questo amico scomparso si chiamava Contardo e aveva 80 anni. Un nome inusuale, il suo, di origine longobarda. Significa «valoroso in battaglia».

Lui ha combattuto la sua «buona battaglia». E aveva un collirio in più per rendere più nitida la vita (e anche la morte, senza “rimuoverla”): l’umorismo, l’ironia. I primi tempi – quando lo conobbi – pensavo mi prendesse in giro e basta, per il gusto di farlo. No, in questo era serissimo con tutti, anche in famiglia, con piccoli e grandi: guai a prendersi troppo sul serio, a mettersi al centro del mondo.

Ammettiamolo, questo è uno sguardo leggero che ti puoi permettere soltanto se hai un cuore grande e i piedi ben piantati a terra. Ci mancherai, Contardo. Ma cercheremo di non farci mancare il tuo sorriso intelligente.

3 COMMENTI

  1. Grazie, Francesco. Conoscevo Contardo attraverso mio marito Franco Tedeschi, purtroppo mancato sette anni fa. Nelle tue parole ho ritrovato entrambi, e la profondità e la leggerezza che li rendeva grandi uomini. Grazie davvero, Patrizia

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