«Allora, Carlo, quanto mi resta da vivere?».

La baita

Tutte le sere così, con un sorriso sereno sotto i baffi, Sergio accoglieva l’arrivo di Carlo, il giovane medico che ogni giorno passava a trovarlo prima di rientrare nella borgata.

«Non lo so», rispondeva l’altro. «Lo sai che non lo so. Dipende da tanti fattori. Com’è andata oggi? In questa ultima settimana ti ho visto davvero meglio.»

«Tu lo dici per blandirmi e sei un mascalzone», stuzzicava il trentenne che per lui era diventato quasi come un figlio.

«No, affatto, è la verità», lo compiaceva il dottore tuffandosi nella poltrona davanti alla stufa.

«Eh, sembra funzionare tutto. Cammino, cucino, sono autonomo, scrivo, non ho mal di testa, non mi sembra proprio di avere quella robaccia dentro che mi sta uccidendo.»

La baita e l’alchimia della sera

Sergio amava quella particolare alchimia delle sere di fine agosto in montagna. Gli piacevano ancora di più i momenti di pace dopo il temporale. Respirava l’umido del bosco vicino, l’aria frizzante a sostenerlo, mentre portava la vecchia sedia di legno davanti alla baita. Si era ritirato in valle già da alcuni anni, in maniera più stabile dopo quella delicata operazione all’intestino e nonostante il parere contrario dei figli.

«Vivete ormai tutti distanti centinaia di chilometri, che cosa vi cambia che io stia qui oppure in città?», borbottava chiudendo ogni possibilità di discussione.

Il tramonto era quasi un rito. Sul tavolo disponeva ordinata l’attrezzatura per accendere la pipa: il tabacco che Susanna gli portava da Londra ogni estate; l’accendino regalato dalla moglie quando erano poco più che liceali. E poi il bicchiere dove faceva scendere con generosità il whisky proibito dalla bottiglia ben nascosta nell’armadio di legno: single malt, non altro, appena torbato e invecchiato di almeno dieci anni.

La meditazione laica

Si accomodava al meglio, con la coperta a riscaldargli le gambe sovente intorpidite. Custodiva con gelosia questi momenti, per rallentare il tempo. Una meditazione laica più che una preghiera vespertina: non sapeva bene che cosa fosse successo della sua fede, ma ragionava sulla vita; come alla moviola, riassaporava i fotogrammi di alcune stagioni, si concentrava sui sentimenti legati a ogni situazione, a ogni volto. Non provava rabbia o nostalgia, ma appagamento, pienezza, gratitudine.

Spesso si addormentava all’aperto, per poi spostarsi davanti al camino o a letto, quando proprio era stanco. Ma il suo impegno preferito erano le fotografie di famiglia. Gli venivano i brividi perché ricordava che anche suo padre faceva così: scoprire dentro di sé gesti o atteggiamenti dei vecchi lo aveva sempre indispettito. Adesso, invece, provava tenerezza, appartenenza. La sua generazione era stata travolta dalla rivoluzione digitale: se l’era ancora cavata per il rotto della cuffia, aggiornandosi, arrancando con i nipoti. Per paradosso – nonostante la tecnologia – Sergio era come smarrito per la perdita della memoria: centinaia di immagini disperse su telefonini e computer pensando di avere tutto facilmente a disposizione; un abbaglio, alla fine erano meglio le scatole chiuse con lo spago dei genitori. «Almeno avevi tutto davanti – bofonchiava – il resto è solo una illusione, una pia illusione».

Pavese, Fenoglio, Buzzati. Ma anche Soriano e Hemingway

Aveva fatto impazzire i suoi figli imponendo di mandargli ogni immagine di famiglia in loro possesso. Negli ultimi due anni aveva scelto, catalogato, ordinato in album tutto quello sterminato materiale. Una pacchia per il fotografo del Comune, tornato quasi a nuova vita grazie agli ordini di Sergio: meticolosi, financo pignoli.

«Di questa me ne stampi due in formato grande e tre in formato piccolo, per favore: devo darle al pranzo di Pasqua ai miei nipoti, c’è una foto della mia Anna quando eravamo andati in pellegrinaggio nei monasteri del Belgio che producono birra. E ne faccia una in bianco e nero, la voglio tenere per me».

Così ritagliava, scriveva, catalogava. E poi finiva con lo scartabellare nella sua biblioteca. Era riuscito a trasferirla nella baita e ora non c’era parete che non fosse attrezzata a libreria. Pavese, Fenoglio, Buzzati, ma anche Soriano, Marquez e Hemingway.

Quella notte non c’era verso di dormire. Si era intestardito su un racconto dello scrittore americano che lo aveva turbato fin da giovane. Una parafrasi del Padre Nostro tutta ritmata sul Nada, il Nulla: «O Nada che sei nel Nada, sia Nada il tuo nome, venga il tuo Nada…»

Il Nulla e Anna

Lo spaventava il Nulla, non poteva esistere secondo lui. Rileggeva e rimetteva in ordine, sfogliava carte e appunti. «Venga il tuo Nada… No, non può essere», ripeteva guardando dalla grande finestra il cielo stellato, ormai sempre più chiaro perché stava iniziando ad albeggiare.

Solo allora si accorse di Carlo, addormentato sulla poltrona.

Il giovane medico aprì un occhio, stiracchiandosi.

«Mi hai dato da bere molto whisky?».

«No, hai fatto tutto da solo, eri molto stanco, probabilmente. Ti faccio un caffè?».

«Grazie, sì, ma doppio.»

Armeggiò sul fuoco con la vecchia Moka, accarezzando il ricordo di Anna. Gli aveva sempre impedito di portare in montagna una di quelle moderne macchinette con le cialde. Il rumore della caffettiera e l’aroma, al mattino, erano una gioia impagabile. Così lo sorseggiarono da due tazze in peltro osservando il sole che sorgeva. Poi un abbraccio complice.

«Grazie, Sergio, ci vediamo al tramonto».

Si svegliò di soprassalto, sudato. Un po’ di luce filtrava già dalla finestra della baita. Ritrovò la sua Anna, come al solito, con il caffè fumante e quello sguardo di rimprovero che era la conferma del suo affetto paziente e intenso:

«Ma quando la smetterai una buona volta di preoccuparti del futuro e non ti godi per davvero questo bellissimo presente?»

Questo racconto breve è il frutto della Master Class in scrittura creativa cui ho partecipato lo scorso ottobre a Piacenza, sotto la guida sapiente di Barbara Garlaschelli che mi ha corretto, consigliato e sostenuto. Barbara ha appena pubblicato il romanzo Il cielo non è per tutti (Frassinelli, 2019)

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