Eutanasia: sento mie tre parole. Vicinanza, coscienza, libertà. Da tenere insieme, senza ideologie. Le ho ascoltate da un vescovo, Derio Olivero, intervistato da Paolo Rodari su Repubblica. Un uomo a tutto tondo, alla guida di una diocesi laboratorio – Pinerolo, nel Torinese – dove storicamente, nelle Valli Valdesi, circa la metà della popolazione è protestante. Mi convince: «Sono a favore della vita e contro l’eutanasia, ovviamente – sostiene il prelato -, ma insieme dico che è importante che la Chiesa non si fermi solo a ribadire i principi generali, non si trinceri dietro a essi, ma abbia il coraggio di prendere in mano i casi uno per uno e con essi confrontarsi senza paura».

Eutanasia: tre parole, senza ideologie

Un amico ha insistito perché scrivessi. Gli sono grato, nel senso che mi ha costretto a pensarci, senza scansare la questione, come talvolta si fa. Sul fine vita non si può che balbettare, tuonare non serve. Sui grandi temi etici si deve riflettere con intelligenza, offrendo speranza e dignità: «Basta entrare negli ospedali – annota Derio Olivero – per capire come ragionare solo sui grandi principi non ha alcun senso».

Ovvio, i feroci custodi della dottrina inizieranno ad accusarlo di relativismo, di cedere terreno alla cultura della morte. Non è così e credo sia la stessa inquietudine di Papa Bergoglio. E se uno, prigioniero del suo corpo, non ce la fa più e vuole farla finita, senza accanimenti terapeutici, in sedazione profonda? «Io farei di tutto perché questa persona viva – è ancora Derio Olivero a parlare -. Insistere troppo sulla libertà può essere pericoloso, perché la libertà può far commettere cose aberranti. Come prete cercherei di tenere assieme tre aspetti: la vicinanza a questa persona, la sua coscienza e certamente la sua libertà. Ma questi tre aspetti insieme».

Fine vita: tre parole, a chi l’ultima?

Le ultime ore di vita sono imprevedibili, segnate dal dolore come dall’attaccamento alla vita. Chi non ha avuto amici o parenti malati terminali lottare come leoni fino all’ultimo? Uno straordinario ex collega di Avvenire, Salvatore Mazza, da qualche tempo aggredito dalla Sla, ha giustamente stigmatizzato come beffa il diritto al suicidio assistito. Perché?  «Il mio problema, e quello di chi si trova nelle mie condizioni, è prima di tutto di poter vivere con dignità – scrive con passione -. Che significa che lo Stato deve assicurarmi l’assistenza di cui ho bisogno, tutti gli ausili di cui ho bisogno, tutte le cose che mi consentano una qualità del vivere degna di questo nome. Esattamente come avviene in altri Paesi europei, dove chi è nelle mie condizioni non si sente un paria. La realtà è invece del tutto diversa. È fatta di fatica infinita, nostra e dei nostri cari che ci assistono e si sfiancano fino allo sfinimento fisico e mentale per supplire alle troppe, infinite mancanze dello Stato, di una burocrazia che uccide e rende un miraggio il raggiungimento del poco che ti viene riconosciuto».

Eutanasia: togliere il disturbo

Non si muove più, Salvatore. La sua vita, grida, «è fatta dal ritrovarsi prigionieri nelle proprie case, dal non poter uscire a fare una passeggiata perché le nostre città sono percorsi a ostacoli, quando non piste da cross. Sono queste le condizioni ideali per farti passare la voglia di vivere. Per farti venire voglia che tutto finisca presto, il prima possibile, comunque. Vedersi riconosciuto il diritto a morire con dignità, al suicidio assistito, suona così un po’ come una beffa, un incoraggiamento a farti da parte, a togliere il disturbo a una società che ti considera un peso, un corpo estraneo, ingombrante, fastidioso. Una rupe Tarpea moderna, asettica e travestita di civiltà. Ma la vera civiltà è un’altra. Si arriverà mai a capirlo?».

Bisogna ascoltare. I credenti – o chi, come molti di noi, sono “sulla soglia” del credere – hanno una strada: «Dobbiamo essere soltanto esperti di speranza, qualunque legge lo Stato decida di approvare», avverte Derio Olivero. Per tutto il resto, quando si sparano giudizi a destra e manca: how dare you? Come osate?

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