Sono contento. Ho visto una folla sterminata arrivare questa mattina al Salone internazionale del libro di Torino. Scolaresche, giornalisti, operatori professionali, visitatori. Sono contento non solo perché questa è la mia città, ma perché questa edizione firmata da Nicola Lagioia (nomen omen) ha un’anima. Bello il tema del trentennale, «Oltre il confine», bella l’immagine, ottimo il clima. Ho moderato un dibattito sul rapporto tra cultura e impresa, una intelligente iniziativa del Premio Biella Letteratura e Industria, segno importante di due mondi che non intendono – e non dovrebbero più – viaggiare su binari paralleli.

Sono contento di questo successo perché Torino è la mia città. Ma non voglio cedere alla voglia di rivincita sul Salone di Milano, un colossale flop (chiamiamo le cose con il loro nome) e a tutto tondo. Dico che non voglio cedere perché al Lingotto Fiere sono palpabili nell’aria il godimento della vendetta e l’orgoglio territoriale: persino con le associazioni imprenditoriali in prima linea ad appoggiare l’iniziativa subalpina. Ma è possibile che a un Salone come questo Mondadori non ci sia ed Einaudi abbia solo un punto vendita? Sono logiche assurde tipicamente italiane (tra l’altro chi è stato a Milano non si è ripagato dell’investimento e adesso si lecca le ferite, ma non lo ammetterà mai; al contrario ci sono editori piccoli che hanno dovuto pagarsi l’area espositiva due volte…).

Soltanto nel nostro Belpaese possiamo permetterci di essere ottusi, arroganti e pure “tafazziani”: ma sì, facciamoci del male, e intanto parliamo di “sistema”, sinergie, collaborazione. Che poi questi discorsi vengano inanellati proprio da coloro che dovrebbero essere ispirati e illuminati dalla cultura è ancora più grave. È un periodo nel quale – per ragioni diverse – provo sentimenti di amarezza profonda nei confronti degli editori come categoria. E vada, succede. Ma c’è molto da ricostruire in Italia, soprattutto a livello di classe dirigente, tendenzialmente mediocre e avvilente sia nel pubblico sia nel privato. In più qui s’inserisce tutta la disillusione del MiTo, l’asse tra le due metropoli che dovrebbe essere virtuoso e invece è un disastro.

Ci potrà essere un sussulto di responsabilità? O è una pia illusione?  Per la cronaca il Salone è stato inaugurato dal presidente del Senato Pietro Grasso, dai ministri Dario Franceschini e Valeria Fedeli, presenti Massimo Bray, presidente della Fondazione per il Libro, la Musica e la Cultura, Nicola Lagioia, direttore Editoriale del Salone Internazionale del Libro. Per le istituzioni territoriali c’erano la sindaca (e che titolo orrendo, meglio i francesi: madame le maire, no?) di Torino Chiara Appendino e il presidente del Piemonte Sergio Chiamparino. Detto tutto questo, mi resta una domanda: riusciremo, tutti quanti noi italiani, ad andare oltre il confine del ridicolo e della mediocrità?

3 COMMENTI

  1. No, siamo già oltre il confine del ridicolo.
    L’Italia è famosa nel mondo per il cibo, anche.
    Allora nel tempo si sono sviluppate delle fiere per l’industria (il CIBUS a Parma) e per gli artigiani (il Salone del Gusto a Torino) ogni due anni.
    Milano dopo il successo delle altre due si è inserita nell’anno libero con TUTTOFOOD.
    Quest’anno Parma ha creato due sttimane prima del TUTTOFOOD a Milano ed in contemporanea con Vinitaly il Cibus Connect insieme a Slow Food.
    Avanti così.
    In Germania l’ANUGA a Colonia.
    A Parigi il SIAL.
    a Londra l’IFE
    Negli USA il Fancy Food da noi tre fiere maggiori, una neonata e 104 (una per ogni capoluogo di provincia) del territorio.

    • Ha ragione. Come si dice opportunamente, l’Italia da culla del diritto è diventata la patria del rovescio… Questo, tuttavia, non ci esime – tutti – dal provare a venirne fuori. Bisogna ripartire dalla scuola, dalla famiglia e… dalle assemblee di condominio (provare per credere).

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