Papa Francesco sul lettino dello psichiatra. Jorge Mario Bergoglio, già all’età di 42 anni, per sei mesi ogni settimana, aveva incontrato una psicoanalista. La notizia è emersa nel 2017, dopo la pubblicazione di una serie di dialoghi tra lui e il sociologo Dominique Wolton («Politique et société», edizioni L’Observatoire). La vicenda mi è tornata in mente durante una conversazione al Salone del libro di Torino con l’attempato ma sempre lucido Giacomo Dacquino. Prolifico saggista, è autore di «Psicologia di Papa Francesco. Il pensiero di uno psichiatra-psicoanalista» (Elledici). Oltre trecento pagine in cui il sessuologo mette sotto analisi il successore di Pietro.

Il ritratto di Papa Francesco sul lettino dello psichiatra

Ne emerge un buon ritratto (il volume è stato pubblicato alla fine dello scorso anno), ma i salesiani hanno corso un certo rischio. Si erano accordati prima con Dacquino, che aveva minacciato senza mezzi termini: «Se viene fuori che il Papa ha una personalità disturbata o, peggio, che è pedofilo, lo scrivo, chiaro?». Pericolo scongiurato per gli amici della Elledici e bruciante disappunto dei detrattori compulsivi di Francesco. Dodici capitoli, bibliografia imponente, capitoli interessanti. Nulla di nuovo dal fronte pontificio, specie in tema di omosessualità e transessualità. Il Papa è aperto, ma contrario alla teoria del gender. Insomma, un profilo evidente e atteso dell’uomo Bergoglio: sobrio, schivo, socievole, umile, semplice (ma non per questo poco profondo), amichevole e persino “salesiano” nello spirito.

Francesco Antonioli dialoga con lo psichiatra Giacomo Dacquino al Salone del libro di Torino 2018Ciò che mi ha colpito maggiormente – nella lettura del volume e nel dialogo con Dacquino – è il capitolo sulla “religiosità malata”. Lì vengono individuate le patologie clericali che maggiormente affliggono Santa Romana Chiesa. Gustose quanto drammaticamente vere e reali, ahinoi. Eccole:

  • sentirsi immortale o indispensabile;
  • eccesso di operosità;
  • impietrimento mentale e spirituale;
  • eccesso di pianificazione;
  • mancanza di coordinamento;
  • Alzheimer spirituale;
  • rivalità e vanagloria;
  • schizofrenia esistenziale;
  • chiacchiere e pettegolezzi;
  • divinizzare i capi;
  • indifferenza verso gli altri;
  • faccia funerea;
  • l’accumulare;
  • i circoli chiusi;
  • profitto mondano;
  • esibizionismi.

Insomma, un pozzo degli orrori che non è ignoto. Questi disturbi – in un volume che è coraggioso per più motivi – vengono indicati molto chiaramente come i nemici oscuri che Papa Francesco sa bene di dover combattere. A partire dalla Curia romana.

Patologie clericali e dipendenza nevrotica

Intendiamoci. La Chiesa è come una tovaglia bianca (ci sono uomini, donne ed esperienze straordinarie), ma le macchie esistono eccome ed è bene esserne consapevoli anziché negarle. Dacquino, per esempio, spiega bene che una delle «motivazioni immature della fede è la dipendenza nevrotica, che fa sì che il soggetto sia attratto dalla religione e dalla Chiesa come guida, cioè da “Madre Chiesa” che decide tutto». Qualsiasi istituzione, incalza, «necessita, per sopravvivere, di sudditi dipendenti; anche la religione istituzionalizzata ne ha bisogno e alcuni suoi ministri favoriscono ancora la cultura della dipendenza considerandola meritoria, mentre certe immaturità vanno curate». Non solo: «Il bisogno immaturo di fede è motivato anche da una insicurezza nevrotica, cioè da disistima e auto sfiducia, per cui l’attaccamento a un Credo serve a sedare un’ansia da incertezza psichica».

Un manuale di «coaching per leader aziendali»

Scorrendo le pagine e stuzzicando Giacomo Dacquino mi sono convinto che il libro, in realtà, più che un ragionamento su Papa Bergoglio è uno straordinario e pungente manuale di «coaching per leader aziendali». Ovvero – in questo caso, ma sono tutto tranne che blasfemo – una guida per preti, vescovi, laici (responsabili a vario titolo nella comunità ecclesiale) dovrebbero informarsi a fondo sulle «psicopatie religiose»: perché se le conosci le eviti, ma soprattutto eviti di rovinare gli altri.

Oggi, in tanti campi, il problema è dato dalla dipendenza (a partire dal Web). Ma la «religiosità dipendente – tuona Dacquino – è caratteristica di quell’adulto instabile e insicuro la cui fede non si fonda su concezioni e valutazioni personali, ma sull’autorità (genitori, insegnanti, ministri di culto). Come il bambino, l’immaturo religioso fugge ogni scelta, si nutre del pensiero altrui e continua ad accettare senza riserve e con piena fiducia quanto ha ricevuto, aderendo convenzionalmente a una dottrina. Infatti la religiosità dipendente è tipica di chi ha difficoltà ad assumere responsabilità, quindi ha bisogno e non desiderio. Per cui finisce nella dipendenza».

Quanta immaturità c’è nella Chiesa di oggi che non riesce a comunicare nulla agli abitanti del villaggio globale?

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