Sono appena rientrato da Arezzo, dove ho presentato «Francesco e noi» (Piemme) su iniziativa della associazione Cultura Nazionale (grazie a Cristiano Romani e Sonia Nannarelli per l’organizzazione e a Fabio Bray per la intelligente conduzione dell’incontro).  Curiosamente l’incontro e il vivace dibattito che ne è seguito avveniva nelle stesse ore di un colorato e rumoroso Gay Pride nella splendida città toscana. Non era un evento in competizione, figuriamoci, anche se per eccesso di premura la Digos è venuta a controllare a presidiare (giusto per la cronaca)…

Non ripeto ragionamenti che ho postato su questo blog e altrove.

Premettendo che la discussione ad Arezzo è stata più che civile, durante al viaggio mi sono trovato a ripensare a una serie di obiezioni, che ho poi ho ritrovato puntualmente a margine della visita di Papa Bergoglio a Genova e anche sui siti di qualche stagionato vaticanista dalla penna rancorosa, perché – d’altronde – sono sempre le stesse.

Mi è stato domandato: «Perché in questo libro e durante la presentazione non si e parlato di Dio?», «Perché questo Papa non parla di Dio?». Ora, molte di queste creature lo dicono con convinzione e io le rispetto. Sono anche convinto che il padre Jorge spinga, pungoli, vada avanti per urgenza pastorale e che in molti – io per primo – arranchiamo, non siamo pronti (per non parlare di clero ed episcopati).

Tuttavia, mi chiedo ed è un rovello, credetemi: come si fa a dire che Papa Francesco non parla di Dio?

Certo, abbiamo sicuramente delle responsabilità noi giornalisti nell’estrapolare e nel sottolineare i suoi discorsi. Però, nell’epoca del villaggio globale, si può facilmente andare alle fonti, per esempio sul sito del Vaticano (cliccate per provare). E allora: sono io con il prosciutto sugli occhi o c’è chi non legge? Bergoglio non fa forse costante richiamo al Vangelo? Che cosa fa tutte le mattine all’alba se non celebrare messa a Santa Marta? Essere ossessionati dalla chiarezza dottrinale guarda caso principalmente nella sfera sessuale («La masturbazione? Un peccato mortale e si finisce all’inferno», mi è stato precisato), dai dogmi, dai timbri, dalla tradizione, non è un avvilente segnale di una formazione ecclesiale totalmente fallimentare e basata soltanto su un Dio castigatore e triste?

Verremo giudicati in base a come avremo coniugato l’amore in terra oppure al rispetto pedante di quelle norme e regole che ci impediscono – impastate con quell’orrendo marchingegno che è il senso di colpa – di testimoniare proprio quel “Vangelo della gioia” di cui parla sempre Bergoglio?

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