Grazie a un’amica, saggia quanto pirotecnica, ho ripreso in mano «Le città invisibili» di Italo Calvino. Ho dovuto frugare quanto basta per riguadagnare il volume da un angolo impolverato della libreria. Romanzo del 1972, figlio di letteratura combinatoria – un gioco, quasi, con il lettore -, è il dialogo immaginario tra Marco Polo e l’imperatore dei Tartari, Kublai Kan. Il viaggiatore visionario inventa, lavora di fantasia, incuriosisce il suo melanconico interlocutore che lo incalza sulle città impossibili.

Perché vivere nelle città, luoghi di scambio non solo di merci, ma di parole, di desideri, di ricordi? Silenzi, risposte, suggestioni. Ciò che sta a cuore all’esploratore di Calvino fornisce ancora oggi degli straordinari spunti civici (civici, non cinici) a tutti noi, ai decisori pubblici e privati e a quanti governano l’economia. Perché?

Italo Calvino, l’inferno e l’innovazione sociale

Nella conclusione del romanzo, Marco Polo argomenta: «L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».

Quanta spiritualità laica nell’argomentare di Italo Calvino. E quanta drammatica attualità. C’è un approccio intelligente, una feritoia dalla quale osservare il mondo e provare a dargli un po’ di speranza. Con un impegno in prima persona (“cercare e saper riconoscere”, “farlo durare”, “dargli spazio”). Vale nell’universo delle relazioni oggi malate (affettive, familiari, sociali in genere, politiche), ma specialmente nel mondo produttivo. In questo ultimo anno sto approfondendo i temi legati alla economia d’impatto e alla innovazione sociale.

Italo Calvino e le contaminazioni multidisciplinari

L’economia d’impatto, come si dice oggi, è un nuovo paradigma imprenditoriale e finanziario. Paradigma, cioè: un modello che intende superare il concetto di “responsabilità sociale”, che spesso è una foglia di fico per dire che si fa qualcosa per il territorio e per la società, magari non inquinando o con qualche inziativa di “charity”. Ecco: imprese e investimenti a impatto sociale si propongono in maniera intenzionale un impatto sociale misurabile insieme a sostenibilità economica e rendimenti finanziari. E poi, non ultimo, agendo in settori sottocapitalizzati, penalizzati dai tradizionali meccanismi di mercato.

Intenzionalità, misurabilità e addizionalità (l’azione nei settori sottocapitalizzati) sono i tre criteri dell’economia d’impatto. Che propone in maniera interessante un cammino di “ibridazione” tra imprese “for” e “non” profit: perché le azioni di responsabilità sociale diventino non più distinguibili da quelle del business in una azienda tradizionale e le organizzazioni del terzo settore che crescano in competenze, tecnologie e capitale. Più criteri imprenditoriali, più azione sul territorio.

L’inferno in cui districarsi

C’è una prospettiva molto stimolante nell’economia d’impatto e in quel passaggio di Italo Calvino ne ho trovato tutta la spinta ideale. Chi si sta studiando a fondo in Italia questi temi è l’amico professore del Politecnico di Milano Mario Calderini. Guida Tiresia e coordina la piattaforma Torino Social Impact. Sotto la Mole stanno nascendo sperimentazioni interessanti su questo fronte.

Tra le sperimentazioni, di sicuro la contaminazione tra discipline è importante. Lo Stato non potrà più occuparsi di tutto, anche perché le casse sono vuote: il welfare, come l’economia, dovrà diventare “circolare”. Anche le arti e la letteratura potranno contribuire a questo circuito virtuoso. Magari aiutando molti imprenditori, inconsapevolmente “a impatto” a diventare più intenzionali.

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