Torino senza «conflitto costruttivo»
25 Marzo 2026
Torino senza «conflitto costruttivo»
Ha ragione chi lo sostiene, come il notaio Andrea Ganelli. Il “sistema Torino” non c’è più. Mancano il coraggio, la fantasia e, aggiungiamo, l’immaginazione. Mettiamola così: ci si è logorati ripetendo inutilmente “facciamo squadra”, sapendo benissimo che – alla fine – ognuno sarebbe andato per sé. Economia, politica e, in buona parte, la società civile pensano che a capotavola sieda ancora l’Avvocato, qualcuno dei suoi epigoni oppure improbabili avatar che certo non possono essere le fondazioni ex bancarie, materne mammelle dispensatrici di fondi. È questo l’approccio culturale che inchioda le strategie subalpine nella miopia: l’istituzionalizzazione condominiale, nel senso di guardinga e litigiosa, l’incapacità di osare e guardare lungo.
Torino senza «conflitto costruttivo»?
Insomma, siamo prigionieri di un continuo e dannoso giorno della marmotta che ormai da anni ci riporta sempre alla casella di partenza: auspici sulle potenzialità e sui progetti, effetti annuncio, dichiarazioni d’intenti e poi poco o nulla che decolli. Un loop avvilente. Qualche esempio, magari in chiave NordOvest? Il MiToGeno, il nuovo volto dell’ex triangolo lanciato dal mondo confindustriale. O l’AlpMed, l’euroregione transfrontaliera sostenuta con convinzione, almeno agli albori, dalla rete camerale. Per adesso solo pallide e rare iniziative, per il resto bisognerebbe rivolgersi a «Chi l’ha visto?».
Il bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto
D’accordo, qualcosa accade, cerchiamo pure il bicchiere mezzo pieno, ma sono piccoli passi sulla spiaggia con paletta e secchiello, tutt’altro che la navigazione tosta d’altura. Professionisti, decisori pubblici e privati, la società civile con gruppi che s’ispirano all’epopea dell’ex sindaco Castellani e di “Torino internazionale” (magari gementi e piangenti esuli figli di Enrico Salza), Alberto Cirio che fa cose (sulla logistica e con altre Regioni, ottimo, ma intanto scruta il suo possibile futuro romano), il sindaco Stefano Lo Russo che ne fa altre ma senza appeal. Tutti, rigorosamente, con rotte diverse o non percepite come comuni. Signori, servono un sussulto d’orgoglio (che tristezza alcune datoriali squassate da beghe interne) e una effettiva leadership capace di coagulare: stiamo cercando una classe dirigente con il lanternino ormai da troppi anni.
Ci avvinghia la morsa della crisi dell’auto europea e subalpina, con i cinesi che hanno superato da tempo la cinta daziaria. Gli incentivi rischiano di mettere toppe peggio del buco. Eppure. Eppure, il Piemonte dell’economia mantiene con understatement un buon export, ha nei territori straordinarie imprese che silenziosamente macinano risultati, startup geniali (che, tuttavia, avrebbero bisogno dieci volte tanto di venture capital), un ecosistema – come si dice oggi – che meriterebbe molto di più.
Torino ha assoluto bisogno di «conflitto costruttivo»
Come uscire dai dai cunicoli del piccolo cabotaggio? Qualche settimana fa, alla Cavallerizza di Torino, tra gli esperti internazionali di economia sociale che hanno illuminato la Mole auspicando che business tradizionale e social possano allearsi ispirando una nuova e unica visione, è emersa una parola suggerita dall’economista Mario Calderini: “conflitto costruttivo”. È ciò che manca al nostro ambiente, sovente ancora provinciale, per superare lo stallo dell’immaginazione. Converrebbe provarci, almeno per non lasciare nulla di intentato: creando agorà vere che mettano insieme obiettivi, idee, progetti, iniziative e risorse.