Le religioni hanno ancora qualcosa da raccontare? E l’esperienza monastica, come fu quella di Benedetto da Norcia, per almeno tre anni eremita in una grotta e poi fondatore del monachesimo, è stata un baluardo contro la modernità? Un muro, insomma, anziché un ponte, per difendere le tradizioni umane e cristiane dell’Europa dai barbari invasori e, soprattutto, dal relativismo imperante?

Questo, in buona sostanza, è ciò che sostiene l’ultraconservatore Rod Dreher, giornalista e scrittore americano, autore del best seller «L’opzione Benedetto. Una strategia per i cristiani in un mondo post-cristiano», pubblicato in Italia dalle Edizioni San Paolo (Milano, 2018, pagine 352, euro 25). La sua tesi è presto detta: la Chiesa sta attraversando la sua più grande crisi dai tempi della Riforma protestante e il mondo occidentale la sua più grande crisi dai tempi della caduta dell’Impero Romano.

Le religioni e Ratzinger

Cosicché l’accostamento con Benedetto XVI è presto fatto. «Io lo considero un padre spirituale – ha dichiarato Dreher -. È un profeta. Un amico ebreo, che lo ammira fortemente, mi ha detto di essere convinto che Papa Ratzinger fosse l’ultima opportunità dell’Occidente per salvare se stesso, opportunità che l’Occidente ha rifiutato. La tragedia del suo pontificato è stata che lui non era abbastanza forte per combattere i suoi nemici. Ammetto di averlo giudicato severamente quando si è dimesso. E di essere stato tentato di pensare a lui duramente quando il pontificato di Francesco è degenerato in un disastro per la Chiesa cattolica».

Le religioni e Thomas Merton

Insomma, vita di preghiera, l’esperienza della “grotta” contro atei, credenti e miscredenti deboli. Qui c’è tutta la questione dell’approccio con il mondo e con le altre religioni del cristianesimo cattolico. Simpatia o avversione? Dialogo o battaglia? Il Concilio Vaticano II è stato molto preciso in merito, ma tant’è. E mi è tornato alla mente – con tutto il tormentone tradizionalista di Dreher – perché il 10 dicembre 1968 (cinquant’anni fa) moriva Thomas Merton. Fulminato da un ventilatore difettoso a Bangkok, all’età di 53 anni.

Monaco trappista, scrittore (suo il bellissimo “La montagna delle sette balze”, pubblicato per la prima volta nel 1949), era tutt’altro che ostile al mondo e alle religioni. Scriveva: «L’Asia, lo zen, l’islam, tutte queste cose stanno insieme nella mia vita. Sarebbe una follia, per me, tentare di creare una vita monastica per me stesso escludendole. Sarei meno monaco». Negli appunti preparatori a un documento da presentare alla prima Conferenza spirituale interreligiosa di Calcutta annotava: «Sono venuto come un pellegrino, desideroso non di raccogliere informazioni o fatti sulle altre tradizioni monastiche, bensì di abbeverarsi alle antiche fonti della concezione e dell’esperienza monastica. Io non cerco solamente di saperne di più in fatto di religione o di vita monastica, ma di fare di me stesso un monaco migliore e più illuminato» (nella foto in evidenza Thomas Merton, nel novembre del 1968, pochi giorni prima di morire, incontrò un giovane Dalai Lama a Dharamsala, dove il leader religioso viveva in esilio).

Il ground zero delle religioni

Bisognerebbe riscoprire Merton, non lasciarlo in sordina. E forse dovrebbero farlo in primis i monaci, un po’ troppo silenti, a mio avviso, sul volume di Dreher. Le religioni non sono un simulacro vuoto, ma un osservatorio sull’infinito, una riserva di senso che – certo – oggi deve fare i conti con l’individualismo e il caos della rete. Più ancora, forse, con l’ostilità delle parole e delle relazioni. L’11 settembre 2001, con l’attacco alle twin towers, è come se fossimo tutti precipitati al ground zero dello smarrimento: scontro tra civiltà, rabbia e orgoglio come vessilli rabbiosi, sventolati da creature che sovente difendono il presepe e nello stesso tempo prendono a calci e sputi gli immigrati.

Nel racconto delle religioni, invece, c’è una straordinaria generatività. Esiste un legame tra il mistero di Dio e la catena delle generazioni. Come se Dio fosse il “testimone” consegnato da una generazione all’altra e insieme il custode di quella realtà affascinante e temibile che è il generare. Ne ha scritto qualche anno fa in maniera convincente il biblista Jean-Pierre Sonnet («Generare è narrare», Vita e Pensiero, 2015). La narrazione parla del modo in cui Dio si è fatto presente nella trama, quasi sempre nascosta, della storia: senza mai arrendersi ai rifiuti, ai rovesci, ai fallimenti, ma trovando con misericordia e ingegnosità incrollabili un varco sempre nuovo per incontrare gli uomini.

E se proprio nelle religioni si trovasse il filo per ricostruirci in umanità dal ground zero dello smarrimento in cui ci troviamo?

Ho l’occasione di parlarne al Circolo dei lettori di Torino, proprio il 10 dicembre, in occasione della presentazione del volume di Giovanni Filoramo «Il grande racconto delle religioni» (Il Mulino, 2018). Più info cliccando qui.

Cliccando qui, invece, potete trovare la recente intervista a Rod Dreher di Aldo Maria Valli.

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