La sera del 29 marzo, al Circolo dei lettori di Torino, c’è stata la prima presentazione di «Francesco e noi». Una grande affluenza di pubblico, circa 200 persone a cui sono davvero grato: molti amici e conoscenti, essendo il capoluogo piemontese la mia città, ma altrettanti volti nuovi. Potevo postare subito qualcosa sul tema del dibattito, ma ho preferito aspettare. Emozioni e sentimenti vanno capiti, filtrati: prima di prendere carta e penna occorre metabolizzare. È stato un dibattito aperto, gestito con garbo da Roberta Russo, editor di Piemme-Mondadori. Ha avuto un seguito, con alcuni amici. E un epilogo con uno sms che mi ha costretto a pensare.

Provo a riordinare idee e appunti. Partiamo da qui: el padre Jorge è il parroco del mondo o il più scomodo dei leader politici? Curioso che sia Eugenio Bernardini, pastore protestante, Moderatore della Tavola valdese a iniziare. Racconta di quando apprese dell’elezione di Bergoglio, dei messaggi che gli arrivarono dall’Argentina: «È come appare». D’impeto gli scrisse. Ne è nato un rapporto, un dialogo, che ha creato (e sta creando) qualche scompiglio anche in casa protestante. «Ma il Papa – incalza Bernardini – è preoccupato di andare, che i cristiani escano insieme senza stare alla finestra della storia. Ha scelto il nome del povero di Assisi, in qualche modo un “cugino” di Pietro Valdo, da cui sono nati i valdesi». Ed è stato Eugenio, il 22 giugno 2015, ad accogliere Bergoglio nel Tempio valdese di Torino.

Il curatore di “Torino Spiritualità” Armando Bonaiuto – che ha esordito mostrando la cover di marzo dell’edizione italiana di Rolling Stones dedicata al Papa “pop” (cioè popular) – ha citato il quadro “Il monaco in riva al mare” di Caspar David Friedrich che da bambino aveva toccato la sua immaginazione, in bella mostra nella casa romana del nonno . L’originale si trova a Berlino, conservato alla Alte Nationalgalerie. Ha citato Heinrich Von Kleist, drammaturgo e scrittore tedesco scomparso nel 1811, che di questa opera scrisse: «Il quadro sta lì come l’Apocalisse e poiché, nella sua uniformità e sconfinatezza, non ha altro primo piano che la cornice, è come se a chi lo osserva fossero recise le palpebre». Un’immagine piuttosto feroce – ecco le parole di Armando – «che da bambino mi avrebbe spaventato, ma oggi in questa immagine dell’occhio senza palpebra trovo invece l’intensità di visione di chi, come Dio, può abbracciare il mondo intero in un solo vastissimo sguardo». Non si ferma. Parla anche di Chaim Potok (ovvero Herman Harold Potok, scrittore e rabbino statunitense) in Il dono di Asher Lev: «A proposito del versetto della Genesi “… ed Egli vide tutto ciò che aveva fatto e vide che era buono”, mio padre una volta mi disse che il vedere di Dio non è il vedere dell’uomo. L’uomo vede solo tra i battiti delle palpebre. Non sa come è il mondo durante i battiti. Vede il mondo a pezzi, a frammenti. Ma il Padrone dell’Universo vede il mondo intero, integro. Quel mondo è buono. Noi vediamo in modo frammentario. Possiamo riuscire a vedere come Dio?». Quel monaco in riva al mare è forse Bergoglio quando si affacciò per la prima volta in piazza San Pietro il 13 marzo 2013?

Hamsananda Giri, monaca all’Ashram di Altare nell’entroterra savonese e vicepresidente dell’Unione induista italiana, parla del clima rinnovato del dialogo interreligioso, dello slancio nuovo – in chiave di amicizia, di relazioni che Bergoglio ha saputo creare (leggete il suo intervento in «Francesco e noi» intitolato “Il mistero dello scialle”). Tocca a Paolo Scquizzato, sacerdote del Cottolengo, teologo, docente all’Università Cattolica; da “osservatore esterno”, lettore del volume: «Un fil rouge, mi ha colpito – annota -: lo stupore per un Papa che fa ciò che dice il Vangelo, che non giudica, che racconta da uomo buono qual è che l’importante, alla fine, è l’amore, non la dottrina o la regola». Parla di Nietzsche, il filosofo, non dimentichiamolo, che disse “Se Cristo è risorto, perché siete così tristi? Voi cristiani non avete un volto da persone redente”; dice che la Chiesa non è democratica, che con Bergoglio «la Chiesa non fa più paura», ma che «bisogna avere paura di chi lo attacca ferocemente perché che cosa mai era la Chiesa prima che arrivasse lui?».  A togliere la muffa, potremmo dire, l’ipocrisia farisaica con cui spesso si veste (o traveste) la religione? Incalza ancora con una frase di Nietzsche: «E coloro che furono visti danzare vennero giudicati pazzi da quelli che non potevano sentire la musica». E conclude: «Ebbene, papa Bergoglio ha sentito nuovamente la musica del Vangelo e ha cominciato a danzare. Ora c’è da auspicarsi che la Chiesa tutta si alzi in piedi e  cominci a danzare con lui».

Dovrei scrivere ancora a lungo. Roberta legge alcuni stralci dell’intervento di Domenico Quirico, giornalista e inviato di razza, prigioniero in Siria per 152 giorni nel 2013, “Il viaggio che non ha voluto fare”: «È giusto rendere omaggio al dio degli altri, confondersi. Ma noi, noi che follemente continuiamo credere nella resurrezione dei morti e che chiediamo a Gesù di restare sulla croce perché quello è il nostro mistero che nessun altro potrà capire e vivere? Non abbiamo diritto a qualcosa di più?». Ancora fino a sera tardi mi sono trovato a discutere su questi temi. E un ultimo messaggio su don Scquizzato inviato a notte inoltrata a mia moglie da un amico, un caro amico comune, è come uno scudiscio: «Se il suo (quello di don Paolo, ndr) è il volto del cattolicesimo futuro – così recita lo sms -, il cattolicesimo è già finito». No, non concludiamo in questo modo: parliamone, ragioniamo, mettiamo bene le questioni sul tavolo. È in gioco tutto il nostro futuro su questi temi. Forse è la disarmante nudità di Francesco – che per me, e ne resto convinto, non è assenza di identità o di contenuti – a innescare queste reazioni? Oppure, no, è tutta un’altra vicenda, alla Dan Brown, di un gesuita che ha ben chiaro in mente come distruggere Santa Romana Chiesa? Insomma, mi domando: di che cosa abbiamo paura veramente?

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